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Damiana Pinti e Mariella Devia

Sono particolarmente affezionata a quest’Opera perchè è la prima che ho potuto ammirare dal vivo, al teatro Massimo di Cagliari.

Avevo poco meno di 16 anni. Una zia ci regalò i biglietti per vedere la Lucia di Lammermoor di Donizetti.  L’idea dell’opera un po’ mi spaventava, perchè fino a quel momento avevo sempre seguito la musica leggera, ma allo stesso tempo  mi incuriosiva vedere come fosse  allestito un palcoscenico per uno spettacolo così particolare. Avevamo dei bei posti, molto vicini per cui potei notare tante cose che a distanza mi sarebbero sfuggite.

Le soprese  iniziarono appena misi piede in teatro. Mi colpirono le maschere vestite con tuniche stile medioevale e un grande medaglione. Praticamente erano in costume di scena, forse erano comparse. Loro accompagnavano il pubblico in sala fino al posto indicato nel biglietto.

Sulle pareti del foyer vi erano delle gigantografie degli artisti che avevano preso parte alle stagioni precedenti: Virginia Zeani, Mario Del Monaco, Veriano Luchetti ecc.

L’eleganza della gente, i suoni dell’accordatura degli strumenti,  il silenzio tombale per l’arrivo del direttore d’orchestra in buca mi lasciarono letteralmente senza fiato. Incredibile! Il mondo che non conoscevo era di fascino unico.
I cantanti, il coro, la scenografia, tutto mi impressionò. Non capii nulla della trama perchè ero distratta da ogni cosa sul palco.  Lo guardavo incantata come se fossi stata dentro ad un sogno. Sentivo solo la musica. Ma ciò che mi tolse letteralmente il fiato fu   l’”aria della pazzia“. La romanza in cui Lucia, protagonista dell’opera, si esibiva in acrobazie vocali così impressionanti tali da farmi scendere le lacrime senza volerlo. Quella voce, così acuta e potente  che duettava con un flauto e aver difficoltà a distinguerli, mi arrivò così profondamente conquistandomi in pieno.

Questo ricordo  è diventato  ricorrente soprattuto ogni volta che ho preso parte a questa opera durante tutti gli anni della mia professione artistica.  Un’ emozione grande come quella, la provai nuovamente quando mi trovai a  mezzo metro di distanza dal soprano Mariella Devia (che io considero una vera specialista di questo ruolo), che eseguiva la pazzia con una perfezione da manuale.  Sembrava che avessi davanti un personaggio irreale come se stessi sognando, proprio come la prima volta. Questo stato d’animo era anche dovuto al fatto che in sala non si sentiva volare una mosca, il silenzio nell’ascoltare questa artista era palpabile.

La Lucia di Lammermoor torna  al Teatro Lirico di Cagliari

venerdì 5 maggio, ore 20.30 – turno A

sabato 6 maggio, ore 19 – turno G

domenica 7 maggio, ore 17 – turno D

martedì 9 maggio, ore 20.30 – turno F

mercoledì 10 maggio, ore 20.30 – turno B

venerdì 12 maggio, ore 20.30 – turno C

sabato 13 maggio, ore 17 – turno I

domenica 14 maggio, ore 17 – turno E

Lucia di Lammermoor

dramma tragico in due parti (e tre atti)

libretto Salvatore Cammarano, dal romanzo The Bride of Lammermoor di Walter Scott

musica Gaetano Donizetti

 personaggi e interpreti

Lord Enrico Ashton Davide Luciano (5, 7, 10, 12, 14)/Luca Grassi (6, 9, 13)

Miss Lucia Gilda Fiume (5, 7, 10, 12, 14)/Marigona Qerkezi (6, 9, 13)

Sir Edgardo di Ravenswood Roberto De Biasio (5, 7, 10, 12, 14)/Matteo Desole (6, 9, 13)

Lord Arturo Bucklaw Manuel Pierattelli (5, 7, 10, 12, 14)/Murat Can Güvem (6, 9, 13)

Raimondo Bidebent Gabriele Sagona (5, 7, 10, 12, 14)/Gianluca Margheri (6, 9, 13)

Alisa Lara Rotili

Normanno Mauro Secci

maestro concertatore e direttore Salvatore Percacciolo

Orchestra e Coro del Teatro Lirico di Cagliari

maestro del coro Gaetano Mastroiaco

 regia, scene, costumi e luci Denis Krief

 allestimento del Teatro Lirico di Cagliari

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di Renzo Allegri

Il 25 marzo di 150 anni fa, moriva il grande direttore d’orchestra che fu anche nobile esempio di etica civile.

 Restituiva parte dello stipendio 
A cominciare dal 1921, Arturo Toscanini divenne per la secon¬da volta direttore artistico della Scala. Vi rimase per una decina d’anni. E furono gli anni del maggior splendore della storia del Teatro milanese. Toscanini portò questo teatro ad essere il più pre¬stigioso del mondo. Lo prese da zero.
La Scala non aveva mai avuto un’orchestra autonoma. Toscanini la fondò, la formò e la portò a competere con i più celebri complessi. Sotto la sua direzione artistica, gli spettacoli lirici alla Scala non erano inferiori a quelli di nessun altro teatro. E lui era il dittatore, l’imperatore, colui che plasmava tutto. Dirigeva l’orchestra, formava i cori, suggeriva le scene, presiedeva alla regia. Era autore di tutto.
Nel 1972, Wally Toscanini, figlia del grande direttore, in un lungo memoriale che pubblicai in sei puntate su “Gente”, mi raccontò questo straordinario e singolare episodio:
«Quando la Scala divenne Ente Autonomo, mio padre cominciò la sua attività a pieno ritmo. Gli orchestrali e tutti gli altri dipendenti percepivano regolare stipendio. Anche mio padre, come direttore dell’orchestra, era un dipendente ed era stipendiato. Egli non volle però mai essere pagato durante i mesi in cui la Scala restava chiusa. Diceva: “In questi mesi io non lavoro e quindi non devo farmi pagare“.

Il sindaco Caldara venne più volte a casa, a parlare con nostro padre di questo argomento. Gli diceva: “Lei, maestro, lavora per noi non solo quando viene a fare le prove o quando dirige i concerti, ma anche quando studia gli spartiti o si occupa dell’organizzazione della stagione successiva. È un dipendente della Scala e come gli altri dipendenti ha diritto a uno stipendio per tutto il tempo dell’anno“.
«La sua scrupolosa onestà raggiunse forme di pignoleria incredibile. A volte accadeva che durante la stagione della Scala egli dovesse assentarsi per una settimana o due, o anche un mese. Era chiamato a dirigere qualche concerto importante all’estero. Quando tornava, si chiudeva nel suo studio e faceva complicate operazioni sullo stipendio che riceveva dalla Scala. Sottraeva una parte della somma, corrispondente al periodo di tempo di assenza, e la restituiva all’amministrazione del Teatro dicendo: “In questi giorni non ho lavorato e quindi non devo essere pagato“.

«Per consuetudine, un palco della Scala era riservato, gratuitamente, alla famiglia del direttore d’orchestra. Mio padre non volle mai usufruire di questo beneficio: pagò sempre, come un qualsiasi altro cittadino, il palco che, durante i concerti, veniva occupato da sua moglie e dai suoi figli».

 

RENZO ALLEGRI

Dopo aver studiato alla “Scuola superiore di Scienze Sociali” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore diventò giornalista lavorando successivamente per diversi giornali fra cui Gente con cui strinse un rapporto che durò 24 anni. È stato anche caporedattore per lo Spettacolo del settimanale “Noi” e del settimanale “Chi”.

Come scrittore ha pubblicato una cinquantina di libri, tra cui diverse biografie. Da una di queste, Padre Pio un santo tra noi , è stata ricavata la sceneggiatura del film Padre Pio di Carlo Carlei prodotto nell’anno 2000: l’attore principale era Sergio Castellitto. Il figlio Roberto Allegri è anch’egli giornalista e scrittore.

 

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Eravamo bambini spensierati dove il divertimento estivo, per noi immenso, erano i 3 mesi infiniti passati nei  Casotti ,nella nostra meravigliosa spiaggia del Poetto. Le serate  passavano ascoltando i racconti dei grandi che si riunivano negli slarghi sabbiosi fra una corsia e l’altra delle file di casotti.

Noi bambini giocavamo con quello che ci regalava la natura: la sabbia, le paglie marine, i sassolini, e i nostri talenti. Massimo (per gli amici Mamio) era un bambino vivacissimo, allegro, e già da allora riusciva ad incantare strimpellando la sua chitarra. La chitarra che oggi è parte di se. Massimo Ferra a mio avviso, è tra i più grandi musicista jazz della nostra terra di Sardegna.

Lui non ha bisogno di grandi presentazioni, bisogna andare ad un suo concerto e ascoltarlo con attenzione . L’occasione potrebbe essere quella dell’8 dicembre , dove si esibirà con altri due validi artisti: Massimo Tore al contrabasso e Roberto Migoni alle percussioni.

Partendo dal jazz, amplia i suoi riferimenti creativi includendovi le esperienze più disparate pur senza mai rendere i propri brani inutilmente ridondanti, ma anzi tendendo ad una notevole pulizia esecutiva, quasi un minimalismo sonoro in grado di restituire a pieno la semplicità e la ricchezza degli intrecci strumentali. La fonte ispirativa primaria si trova nel background culturale dei tre musicisti, ovvero una visione della musica nella sua totalità, senza distinzioni di genere, insieme ad una solida preparazione accademica.

Giovedì 8 dicembre dalle ore 22:00 alle ore 1:00
BFLAT

Via Del Pozzetto 9 , Quartiere del Sole, 09100 Cagliari
Ingresso 8 euro
info
3479389791
3425163268
info@bflat.it

 

 
 
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Sembra ieri che mio padre attendeva con ansia la fine della settimana per acquistare il suo disco in vinile delle opere liriche, sua grande passione. Erano gli anni sessanta e la Fratelli Fabbri Editore pubblicava settimanalmente un’opera in un formato davvero insolito: il 33 giri e mezzo, al prezzo di 450 lire.

Rigoletto, Traviata, Barbiere di Siviglia, le sinfonie di Rossini. Lui le ascoltava il dopo pranzo, nel suo giradischi .Qualche volta si assopiva ma , quando arrivavo io con la mia seggiolina, mi raccontava la trama di queste opere e soprattutto il significato di certi passaggi musicali dell’orchestra.

Leggeva con attenzione le presentazioni che si trovavano in questi dischi e me le trasmetteva. Avevo 5-6-7 anni più o meno. Il canto gli è sempre piaciuto, fin da ragazzo. Il suo professore di musica gli diceva che aveva una voce da tenore e lui me lo raccontava orgoglioso quando ancora non sapevo neppure cosa volesse dire. Mi diceva che il brano che gli veniva meglio era “E lucevan le stelle” della Tosca.

Lui disegnava anche molto bene ed io lo osservavo mentre con la matita ben appuntita faceva dei bei paesaggi e dei  ritratti.

Aveva anche la passione per la tecnologia. Usava registrare tutto col suo “Gelosino” a bobina; mi faceva cantare le canzoncine che imparavo all’asilo , le poesie e le filastrocche e le registrava.  In seguito investì i suoi risparmi, prima in una macchina fotografica e poi in una “cinepresa” perchè ogni momento di vita non andasse perduto. Quante passioni ho ereditato da lui!

Il canto è diventato il mio lavoro e lui ne  è sempre andato molto fiero. Veniva ai miei saggi, ai miei concerti e ancora, come quando ero piccola, mi registrava sempre . E la tecnologia? Se sapesse che oggi quella passione mi accompagna tutti i giorni attraverso i miei due blog ( la cagliaritana e musicamore) arricchiti da fotografie e video-documenti  del mio teatro, del mio lavoro, della mia città!

 

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Fra le mie tante passioni e hobby c’è n’è sempre stato uno che mi ha trasmesso mio padre ed è la ricerca della memoria, prima di tutto verso i miei avi, ma anche verso la mia città e in modo particolare verso il mio Teatro, luogo in cui ho lavorato per quasi trentacinque anni. Per questo settore specifico, ho fondato una pagina facebook che si chiama “Album dei ricordi e del teatro lirico che racchiude prevalentemente ricordi fotografici, video, articoli, locandine, programmi ecc. che riguardano oltre che il teatro, anche tutti gli artisti locali che si sono esibiti sia a Cagliari che nel mondo: cantanti, ballerini, musicisti, registi, attori ecc. Ci sono anche gli eventi in corso, e cioè  tutto ciò che di giorno in giorno viene rappresentato, oltre che in teatro, anche nella nostra città e nella provincia. Infatti  anche se passa un solo giorno,  tutto entra a far parte della memoria a pieno titolo.

Ho raccolto e diffuso tanto materiale in modo casuale sia del mio archivio personale ma anche di colleghi, amici, appassionati, abbonati storici . La pagina è aperta a tutti.

Ieri sera, grazie all’intermediazione del collega Giampaolo, ho incontrato un anziano artista del coro ,Attilio Perra, che , con molta gioia mi ha messo a disposizione i suoi album personali. Tantissimo materiale interessante che pian piano metterò in rete. Mi hanno colpito due cose  in particolare, la foto di Mario del Monaco al Teatro Massimo, durante la rappresentazione della Fedora, e un articolo che anticipa la stabilità delle masse artistiche del Teatro Lirico di Cagliari. (foto di testa e di coda).

A darmi una spinta importante in tutto ciò c’è stato sicuramente il sito Memoro col quale collaboro già da anni , e che considero la prima e più importante enciclopedia vivente della rete. Lì, nel mio account personale, ci sono diversi video miei dove intervisto colleghi e artisti che hanno fatto parte della storia del Teatro Cagliaritano e in modo particolare del Teatro Lirico.

Chiunque avesse materiale utile per questa mia pagina, può inviarmelo al seguente indirizzo ottottobre@tiscali.it

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“Il mio cuore è ferito. Negli occhi mi trascorrono prati, monti, volti, alcuni dei quali non vedrò mai più.

Ho pianto, sinceramente pianto, come un bambino a cui han rapito il fratello per nasconderlo nel passato, lasciarlo a mezza strada tra i ricordi e l’impotenza. Mi lega a voi, alla Sardegna, non solo una cittadinanza formale, ma una ben più alta affinità elettiva di sentimenti e sensazioni: mi sento un sardo, sono un sardo. Non è la terra di amici miei ad essere stata sconvolta, no, è la mia stessa terra.

C’è nella ricorrenza fatale, nel perdurare di questi disastri, quasi uno spregio, una incomprensibile sfida del destino contro il popolo che meno di tutti merita il dolore e la distruzione; ma d’altronde è nella sintassi stessa del vivere sardo essere soli contro tutti e tutto, vivere come “canne al vento”.

Vi abbraccio, vi abbraccio tutti in questo silenzio improvviso che risponde al tuono e alla morte: vi penso non come un eccezionale incontro, ma come la gente della mia vita a cui più assomiglio per volontà, dignità, senso morale.

Tra i miei ricordi trovo, per darci una sorta di consolazione, le parole bellissime tratte da un frammento del grande poeta greco Archiloco: “Cuore, mio cuore sconvolto – in mezzo a pene senza fine tirati su – a petto in fuori aspetta l’assalto – dei nemici: stai ben fermo all’istante – dello scontro e se vinci non metter su – arie, se sei caduto non affliggerti – girando col muso per casa: no no – goditi i tuoi momenti di gioia e – affliggiti al dolore quanto basta, impara – la melodia, il ritmo della vita umana”. Tornerò presto ma in verità da voi non sono mai partito, è come se fossi lì a dirvi, gridarvi, sussurrarvi “si ricomincia”, perché gli uomini sono troppo grandi per darla vinta al destino”.

Roberto Vecchioni

 

(pubblicata sul quotidiano “La Nuova Sardegna” del 22 novembre 2013)

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Mentre scrivo sono ancora emozionata per la bella mattina trascorsa con due grandi artiste Malgari Onnis e Stefania Porrino rispettivamente moglie e figlia del compositore cagliaritano Ennio Porrino.

Un’ emozione cominciata durante l’Opera,  tornata in scena ieri sera a Cagliari dopo più di 50 anni. Quel giorno del 1959 ci fu una prima rappresentazione a Napoli diretta  dal compositore.  Ieri la figlia ha potuto godere per la prima volta dell’opera in forma scenica nella città del padre. Mi ha inoltre raccontato che il pianto sceso senza controllo , soprattutto nel momento in cui il coro ha intonato il Pianto dell’universo. Io stessa nell’ascoltare il loro racconto non ho potuto trattenere l’emozione  forse perchè anche io ero nel mio piccolo, una protagonista di quella musica meravigliosa della mia terra, scritta da un mio concittadino.

Di seguito la prima di una serie di video-interviste che ho realizzato questa mattina proprio con Stefania e Malgari.


YouTube Video

video correlato

http://www.memoro.org/it/Bozzettista-per-Porrino_12043.html

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A 6 anni dalla prematura scomparsa del soprano cagliaritano Giusy Devinu, il tenore Cristiano Cremonini la ricorda in questa intervista di Fabio Marcello sul  Quotidiano Sardegna.

 A un primo sguardo, si  direbbe che Cristiano Cremonini sia un basso.O, al limite, un baritono. «Invece sono un tenore, a dispetto della mia statura, superiore alla media dei miei colleghi» sorride il cantante, impegnato in questi giorni al teatro Lirico nell’Otello di Verdi, opera in cui interpreta il ruolo di Cassio. «Le recite stanno andando bene, sono soddisfatto. Ho trovato molta organizzazione, molta dedizione al lavoro ». Per il tenore si tratta della prima esperienza al Lirico: «Ottima acustica, gran bel teatro. Ci sono le condizioni per fare ottime cose».

«QUELLA RECITA A GENOVA» A Cristiano Cremonini si deve la rinascita del teatro Guardassoni di Bologna, grazie alla fondazione dell’omonima associazione. Il teatro ospita anche quest’anno il concorso lirico internazionale “Città di Bologna”, di cui è direttore artistico il soprano Cinzia Forte, anche lei impegnata nell’Otello nel ruolo di Desdemona.

«Nel 2007 – spiega Cristiano Cremonini – l’allora direttore Paolo Coni istituì un premio dedicato alla memoria di Giusy Devinu, da poco scomparsa. Il concorso, riservato alle

migliori voci femminili, contò più di cento iscrizioni e fu vinto dal mezzosoprano Paola Cacciatori.

Quest ’anno – prosegue il tenore – per iniziativa di Cinzia Forte il premio è stato riproposto, ed è stato vinto dal soprano Claudia Pavone». Nata a Cagliari

nel 1960, Giusy Devinu debuttò nella lirica nel 1982 interpretando la parte di Violetta nella Traviata di Giuseppe Verdi, ruolo inseguito ricoperto tante altre volte – e sempre con successo – nel corso della carriera.

La Devinu, grazie a una tecnica raffinata unita a un timbro vellutato, ottenne unanime consenso di pubblico e critica soprattutto per le sue interpretazioni dei principali ruoli di Rossini, Bellini e Donizetti.

Cristiano Cremonini ha un ricordo tenero del soprano cagliaritano: «Nel 1999, al Carlo Felice di Genova, portammo in scena L’Amico Fritz, di Mascagni. Giusy Devinu era un’artista affermata e rispettata, e mi colpì la sua classe. Le doti vocali le conoscevo già, e furono apprezzate dal pubblico anche in quella circostanza».

L’ULTIMO DON GIOVANNI

Giusy Devinu cantò per l’ultima volta a Cagliari nel 2000, interpretando Donna Elvira nel Don Giovanni di Mozart. Si spense a soli 47 anni per un male incurabile. «È andata via troppo presto», mormora Cremonini. «La sua carriera, lanciatissima, sarebbe durata ancora a lungo». Il tenore bolognese passeggia per i vialetti del Parco della Musica e, guardandosi attorno, commenta:

«Strutture di questo tipo sono rare. Non è facile trovare in Italia spazi tanto ampi e ben attrezzati pensati per servire la musica». Gli viene raccontato che, a seguito soprattutto dell’iniziativa di un gruppo di utenti di Facebook (capeggiati da Alessandra Atzori, storica corista del teatro Lirico), il Comune potrebbe giungere presto a deliberare la definitiva intitolazione del parco proprio a Giusy Devinu. Se ne parla ormai da anni, esiste un ordine del giorno del 13 giugno 2012 firmato dalla commissione Pari Opportunità, e i cagliaritani sarebbero felici e orgogliosi di ricordare così il grande soprano.

«Mi sembra una magnifica idea. Giusy era molto legata alla sua terra» si illumina Cremonini, che saluta e se ne va. L’attendono il palco e la musica di Verdi.

Fabio Marcello

 

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E’ il caso di dire che Raffaella Carrà, la popolare show girl italiana, è un po’ come re Mida: tutto quello che tocca diventa oro. La Carrà infatti, ancora una volta ha fatto centro con la sua nuova trasmissione The Voice. Seguitissima soprattutto dai giovani della nuova generazione, la trasmissione di Rai Due ogni giovedì sera, tiene col fiato sospeso milioni di ragazzi che si immedesimano con i giovani cantanti in gara.

Raffaella Carrà, anche quando non la si vede per un po’ di tempo, lavora dietro le quinte per poi apparire con qualche nuovo spettacolo che è un successo garantito. Lei si dedica soprattutto ai giovani, quelli che non la conoscono se non per qualche canzone ascoltata dai propri genitori.

La Carrà ha attraversato nella sua vita diversi momenti di grande popolarità: in Italia  dapprima negli anni 70 e dopo qualche anno di silenzi, è tornata alla grande  negli anni 80 e 90. Ma il successo e la popolarità che ancora oggi riscontra nei paesi latino americani, non ha eguali.

A raccontarci la vita professionale  di questa nostra grande artista italiana, oggi, per musicamore, è un ballerino cagliaritano: Roberto Magnabosco . “Perchè proprio lui?   Roberto ha cominciato la sua vita professionale con la Carrà ad appena 16 anni. Ma…non voglio anticiparvi nulla.

Ho realizzato con lui questa video-intervista che vi invito a guardare.


YouTube Video

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Da quando ho aperto la pagina Facebook  Album dei ricordi della liricaa Cagliari, i ricordi, soprattutto fotografici della mia professione, affiorano numerosi.  Molti di essi non credevo neppure esistessero.

Ho ritrovato le foto autografe di tantissimi artisti che hanno avuto modo di lavorare nel nostro teatro. All’epoca, e parlo di più di 20 anni fa, il Soprano con la S maiuscola rimaneva quasi a distanza da noi artiste del coro. C’era un certo divario, forse dettato dal ricordo di quelle che erano le artiste di un tempo, quando cioè la lirica era roba per pochi e loro vivevano da Dive.

Andare a chiedere un autografo al cantante o al direttore d’orchestra non era facile, bisognava trovare il momento giusto. Non doveva mai essere prima della recita perchè non di doveva interrompere la concentrazione, ma neppure subito dopo perchè l’artista aveva bisogno di rilassarsi e cambiarsi. Quando era il momento buono però ci si trovava a fare la fila in tanti soprattutto quando l’artista era un ” nome in auge“.

Ricordo con dispiacere il giorno che mi recai in camerino a domandare l’autografo ad un soprano di chiara fama che ahimè, era talmente presuntuosa tanto da concedere la foto autografa senza girarsi, cioè seduta di spalle alla porta.

Per fortuna le cose oggi sono cambiate. Tra solisti e artisti del coro umanamente non ci sono più differenze soprattutto perchè sono tanti i solisti che cominciano il loro percorso nel coro, ma soprattutto perchè oggi la Lirica è alla portata di tutti. Non esite più pensare che il Teatro lirico è “roba per pochi“. La Lirica è per tutti: dal giovanissimo studente al pensionato, dal tecnico al laureato. E’ bellissimo vedere alla prova Generale come il pubblico sia composto da giovani studenti che seguono in religioso silenzio tutte le fasi dell’opera, grazie anche alla diligentepreparazione impartita dai loro insegnanti.

Per coloro che desiderano immergersi nel passato dell’Opera Cagliaritana consiglio di cliccare su questo link , sedersi comodo,  e guardare  tutto il materiale che ritrovo giornalmente fra i miei ricordi personali  ma anche grazie al contributo di colleghi e amici. Vi sembrerà di rivivere il tempo ormai passato.

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Puntate precedenti

Tony si fa spingere verso un cespuglio di oleandro che sta sul marciapiede che a sua volta fa parte del campo.
Il campo è delimitato lateralmente dai muri delle case. Il pallone è fuori quando tocca i muri. Semplicissimo.
Andrea pressa Tony e la palla si impiglia nell’oleandro. Fammi uscire, dice Tony.
Questa era una regola sacrosanta.
Il giocatore che finisce con la palla in un cespuglio, arbusto o qualsiasi ostacolo normalmente non previsto in un normale campo di calcio, non deve essere ostacolato nel suo tentativo di uscire da tali incresciose situazioni.
Sicuramente una regola del genere sarebbe stata inserita anche nel regolamento ufficiale della F.I.G.C. se qualsiasi tipo di vegetazione più alta di qualche centimetro avesse avuto la possibilità di svilupparsi indisturbato all’interno di un qualsiasi campo di calcio regolamentare.
Andrea, quindi, lascia a Tony il tempo di districarsi, ma appena il gioco riprende gli ruba la palla con abilità.
Io arrivo per raccogliere i frutti del lavoro di Andrea, che deve passarmi la palla (sono più grande di lui ed anche capitano).
Andrea mi da la palla, Tore arriva a difendere ma è tardi. Tiro, e Giovanni para.
Giovanni rilancia, ma non degna neppure di uno sguardo Tony, che prima si è fatto fregare il pallone, e passa direttamente a Tore. Tutti addosso a Tore, che però e bravo e scarta anche Mario. Io sono rientrato in porta. Tore calcia verso la porta e il pallone va verso l’alto. Gol, dicono loro, alto diciamo noi.
Alto è ancora peggio di palo, perché la traversa non è nemmeno accennata. La traversa è il frutto di purissima immaginazione, e anche in questo caso ognuno vede la traversa esattamente all’altezza che gli pare e piace.
Si va a occhio, e ognuno ha il suo.
Chi difende dice che è il tiro alto, chi attacca dice che sei tu che non ci sei arrivato.
Carlo Sassi il moviolista a questo punto rassegnerebbe le sue dimissioni.
Facciamo garbatamente notare che ci hanno assegnato un accidenti di palo che non c’era, ma ci rispondono che il rigore era inesistente e ce l’hanno regalato. Riusciamo a non litigare più di tanto e a decidere democraticamente che è gol.
Uno a zero per loro. La prossima volta stendo l’attaccante prima che tiri. Mira alle gambe e non alla palla, mi dico.
Pallone a Mario, che parte solo con tutto il codazzo di avversari e compagni. Azione magistrale.
Non lo ferma nessuno.
Davanti a Giovanni molla una bomba col sinistro che passa rasoterra in mezzo alle gambe del portiere.
Non si può discutere. E’ gol ed anche centrale. Uno pari.
La partita continua così, più o meno con un gol per parte e si va avanti fino ad un nove a otto, fermandosi, di tanto in tanto, per far passare le poche auto che invadevano il campo.
Allora è fermagioco (o fermogioco) e la partita si congela nella situazione del momento in cui passa l’auto.
Se è possibile, non ci si toglie dalla strada ma sono le auto che devono evitarci. Il campo è nostro, mica loro.
Qualcuno a volte fa il furbo e al fermogioco fa finta di non sentire per guadagnare posizioni più favorevoli, ma spesso viene smascherato.
Ma è su un undici pari che avviene uno dei fatti che possono portare forzatamente alla fine delle ostilità.
La palla, per una scarponata di qualcuno, finisce su un albero di acacia che purtroppo si trova spesso a disturbare le partite in quanto il comune ha avuto la bella idea di mettere queste piante sui marciapiedi che, incidentalmente, vanno a far parte dei nostri campi di gioco.
Il problema è che questi alberi hanno delle spine piuttosto robuste a cui la gomma dei nostri palloni non sempre riesce ad opporre resistenza.
Quando la palla finiva fra i rami dell’acacia in gioco, a volte scendeva di sua iniziativa, ma a volte restava incastrata ad altezze difficilmente raggiungibili e il dubbio atroce era sapere se era semplicemente incastrata oppure era stata infilzata da una maledettissima spina che ne impediva la naturale discesa. Se era spina erano guai.
Il primo tentativo di recuperare il malcapitato pallone si faceva lanciandogli contro dei sassi.
Il sasso era un attrezzo e un’arma sempre disponibile, ma pare sia in via di estinzione perché da anni se ne vedono sempre meno. Quelli che non si vedono più per niente sono i ragazzini che giocano per strada, perciò il sasso fortunatamente ha perso la sua utilità: il pallone non va sugli alberi perché alla scuola calcio o nella X-Box i campi sono privi di tali inutili orpelli, le armi si selezionano con l’apposito tasto, le fionde non hanno più motivo di esistere e i pinoli non si mangiano più.
Addio, sassi sorgenti dalle strade ed elevati al cielo…
Il recupero del pallone incastrato fra i rami di acacia mediante lancio di sassi era un’operazione che  aveva diversi effetti collaterali: se il pallone, colpito, non scendeva subito si proseguiva coi lanci di pietre che, rimbalzando sulla gomma della sfera, prendevano direzioni imprevedibili e potevano, di volta in volta, colpire uno dei giocatori, colpire le auto che proprio in quel tragico momento avevano deciso di passare tutte insieme, colpire qualche auto parcheggiata che non si sapeva perché l’avevano messa proprio lì sotto l’albero o, peggio ancora, colpire qualche finestra delle case che delimitavano la linea di fallo laterale.
Se il pallone scendeva abbastanza presto si riprendeva a giocare, altrimenti si doveva fare scaletta al più leggero di noi che avrebbe smanacciato o abbrancato il pallone imprigionato.
Il più leggero era Tony, ma era vestito bene e non poteva arrampicarsi.
Perciò toccava ad Aldo, appena meno leggero di Tony, ma vestito con la divisa d’ordinanza.
Scaletta con le mani, Aldo prende il pallone e, se si stacca, tutto a posto. Se non si stacca bisogna tirare, e se tirando si libera la palla e si sente un sibilo allora la spina ha colpito.
Il pallone in pochi minuti diventa una vescica molle e la partita finisce lì, a meno che non ci sia il tempo di procedere con la riparazione dell’oggetto della contesa.
La riparazione è una procedura che merita un discorso a parte, ma in breve si può dire che serviva un coltello, o un qualsiasi oggetto piatto di metallo, e la possibilità di accendere un bel focherello.
Per comodità narrativa diremo che quella volta non ci fu spina e la partita riprese con le solite modalità.
I falli e i “metti punizione” conseguenti si susseguivano al pari dei gol, nuove croste foderavano le nostre ginocchia e spesso ci si accapigliava per una decisione arbitrale non condivisa.
L’unico fallo che non si commetteva era il fallo di mani. Maradona non aveva ancora sdoganato questo singolare modo di giocare al calcio e toccare la palla con le mani era ancora una vergogna indicibile. Non sapevi giocare, se facevi mani: punto e basta.
Bisogna osservare, inoltre, che tutto questo succedeva quando le temperature erano piuttosto elevate, ma noi non avevamo mai caldo e non avevamo mai freddo. Per noi era sempre tiepido e andava bene.
I nostri genitori boccheggiavano col ventilatore puntato addosso e noi giocavano con quaranta all’ombra. Se adesso mi si guasta il condizionatore posso anche tenere in seria considerazione il suicidio.
La partita prosegue, quindi, e si arriva anche a punteggi come quindici a tredici.
Qualcuno potrà chiedersi, a questo punto, quanto durava una partita.
Questo è il punto.
La partita non aveva una durata prestabilita, e non era divisa in tempi di gioco.
Si giocava ad oltranza fino a che, come muezzin dai minareti, si udivano i richiami delle mamme che si affacciavano alle finestre e chiamavano a gran voce i figli.
Il patto, con le nostre mamme, era che noi dovessimo sempre restare a portata di voce.
Non era necessario che ci vedessero.
L’importante era che noi potessimo sentire le loro voci.
Quello era il nostro telefono cellulare nei tempi in cui non c’era neppure il telefono in tutte le case.
I richiami venivano fatti con determinati criteri, primo dei quali era che le mamme non accavallassero le loro voci nel chiamarci ma che potessero gridare a turno.
Le voci delle mamme erano preferite a quelle dei babbi perché, essendo più acute, avevano un portata maggiore. I babbi facevano chiasso da vicino ma da lontano non li sentivi.
Loro non ammettevano questa differenza e quindi noi non potevamo dire che non li avevamo sentiti; per questo preferivamo le voci delle mamme: le sentivamo meglio e di conseguenza potevamo allontanarci di più.
I richiami avevano caratteristiche ritmiche e melodiche ben precise, ma al fine di evitare di entrare in particolari troppo tecnici ci si può limitare a dire che i nomi venivano “gridati” sempre nello stesso modo se avevano uguale numero di sillabe e accento nella medesima sillaba.
Per questo la mamma di Andrea chiamava il figlio intonando e ritmando il nome esattamente come faceva la mamma di Alberto nel chiamare, appunto, Alberto.
Andrea e Alberto hanno entrambi tre sillabe e l’accento sulla seconda.
Stesso discorso per i nomi di due sillabe (Aldo, Tore, Tony) e per altre figurazioni.
Quando le mamme muezzin chiamavano, le partite si interrompevano senza neppure un minuto di recupero. Il risultato era acquisito e si chiudeva così.
Il proprietario del pallone si prendeva ciò che era suo e ci si avviava verso casa.
Ciao, ci vediamo domani.
Ci sei?
Forse andiamo al mare.
Vabbè, se ci sei scendi.
Domani sarebbe stato un altro giorno e ci sarebbe venuta qualche altra idea, ma questa è un’altra storia.

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(leggi qui la prima parte)

LA PARTITA

Tutto era pronto per il calcio d’inizio.
Si gioca a portieri attaccanti: significa che, vista la penuria di giocatori, non ci si può permettere di avere un portiere che poltrisca sulla linea di porta e perciò questi è tenuto a coprire un doppio incarico: portiere e, alla bisogna, attaccante.
Centrocampisti e difensori sono ruoli ricoperti d’ufficio: in realtà l’altisonante titolo di attaccante spetta al giocatore che in quel momento è in possesso del pallone; gli altri sono solo di supporto al compagno attaccante, perciò centrocampisti, mentre gli avversari dell’attaccante sono naturalmente difensori.
I giocatori delle due squadre si potevano riconoscere da qualsiasi cosa che non fosse la maglia o i calzoncini, dato che ognuno era abbigliato come gli pareva.
Quasi tutti eravamo straccioni in maniera che si confacesse alla tenzone, e questo era un fatto normale: il nostro abituale abbigliamento era sempre adeguato al quotidiano ruolo di abitanti della strada.
Qualche genitore, a volte, tentava di abbigliare i propri figli con abiti che non gli dessero l’aspetto di vagabondi straccioni, ma qualsiasi cosa ci mettessero indosso nel giro di poche ore veniva omologata e resa idonea allo svolgimento delle nostre attività.
Tutti i nostri indumenti, benché colorati nella maniera vivace di quegli anni ’70, si uniformavano rapidamente ad un colore molto simile a quello dei mucchietti di terra che giacevano lungo le cordonate dei marciapiedi. Qua e là, poi, erano ravvivati da macchie di vernici usate per qualche lavoro di alto artigianato, e in genere i colori erano un bel rosso aragosta o uno sgargiante verde bandiera con spruzzate di giallo limone.
Le scarpe andavano dai sandali con gli occhi alle scarpe da ginnastica fino ai mocassini vecchi e ormai utilizzabili solo in battaglia.
Benché qualche mamma tentasse di infilare degli assurdi sandaletti ai propri pargoli, questi tentativi si rivelavano vani: per i maschi era fatto divieto assoluto di indossare calzature che lasciassero scoperto qualche dito dei piedi, e il divieto era imposto da noi stessi che ci sentivamo limitati da simili scomode calzature.
Non si era mai visto un calciatore entrare in campo con quei ridicoli sandali a croce, così come non si era mai visto un cow boy in ciabatte infradito. Avrebbe perso la possibilità di far fuori con un sano colpo di pistola il suo rivale che sarebbe morto da solo per le risate nel vedere i piedi all’aria del ridicolo pistolero.
Solo Tony  era un po’ più ben vestito degli altri e per questo era leggermente svantaggiato.
Tony aveva un fisico più minuto e gracile, e indossare indumenti che non erano collaudati ed omologati per questi scontri lo metteva ancor più in posizione sfavorevole.
Combattere o giocare a pallone con la paura di rovinare gli abiti o semplicemente cercando di sporcarsi il meno possibile era un’impresa davvero ardua.
Per fortuna i bambini di oggi non hanno questi problemi.
Hanno costosa attrezzatura sportiva acquistata per frequentare la scuola calcio o il corso di basket se non quello sport tipicamente italico che è il football americano.
Le loro mamme sanno che presto diventeranno dei campioni che si differenzieranno da quei brocchi che sono i figli degli altri, sanno che i loro pargoli diventeranno milionari e loro non avranno più problemi economici, conosceranno veline e forse le sposeranno, così entreranno anche nel mondo della televisione.
I figli vengono spediti a spintoni a praticare attività sportive che non siano quelle appartenenti alla categorie degli sport poveri.
Il povero disgraziato che osa dire che vorrebbe fare tiro con l’arco o tennis da tavolo viene guardato con sospetto dalla mamma dal labbro imbotulinato che subito corre ai ripari distogliendolo da tali stupidaggini.
Ma il più delle volte, questi bambini ingrati non vogliono fare nessuno sport.
Non è necessario, visto che ne fanno già tanto con la X-Box, e poi a quell’ora ci sono cartoni su Sky.
Andiamo prima, bofonchia la mamma attraverso i wurstel che ha al posto delle labbra, ma prima non si può perché i cartoni sono a tutte le ore, ventiquattro ore su ventiquattro.
Qualcuno si accorge che vengono replicati e si rassegna ad andare a prendere a calci una palla usando i piedi invece di un più comodo controller.
Queste mamme stanno investendo sui figli, mentre le nostre mamme speravano che i figli non venissero investiti.
Così noi, senza borsone e senza futuro preconfezionato, ci apprestavamo a giocare la nostra partita.
Da una parte Giovanni, Tore, Tony e Aldo e dall’altra Alberto, Andrea e Mario.
Tore da il calcio d’inizio, passa a Aldo, ma Aldo pasticcia con i piedi e la palla finisce nelle grinfie di Andrea.
Tony aveva chiesto palla, ma nessuno lo considera: chiedere palla era un diritto che potevi arrogarti solo se eri un capitano, cioè uno di quelli che aveva fatto le squadre.
Andrea corre verso la porta avversaria. La palla non si passa a nessuno nemmeno a spararti.
Non stiamo giocando a passaggi.
Tutti corrono dietro a chi è in possesso del pallone: gli avversari per cercare di rubarglielo e i compagni nella speranza che lo perda e finisca nei loro piedi, magari davanti alla porta.
Io, quel giorno, non avevo molta voglia di correre e stazionavo vicino alla porta che difendevo.
Se mi fosse venuta voglia di correre mi sarei mosso per svolgere il mio secondo lavoro di attaccante. La mia strategia, per il momento, era di stare in porta. Non si sa mai.
Andrea è ormai quasi davanti alla porta. Giovanni, portiere, esce e si schianta letteralmente su Andrea che cade malamente.
Andrea vorrebbe piangere, perché si è fatto male, ma tutti sapevamo che se non volevamo essere considerati delle femminucce avremmo dovuto trattenere le lacrime anche in caso di gravi infortuni.
Qualsiasi grado di infortunio si subisse, la procedura che seguiva la vittima era sempre la stessa:
ci si buttava in terra di spalle, si prendeva tra le braccia la gamba offesa e la si portava verso il petto, oscillando nel contempo ora verso un fianco ora verso l’altro.
L’immagine che si voleva rendere, a beneficio della moviola di Carlo Sassi alla Domenica Sportiva condotta da Alfredo Pigna, era quella del giocatore di serie A steso a terra da un brutto fallo, ma principalmente l’iconografia ufficiale era quella di Gigi Riva assassinato dall’austriaco inimico.
Metti punizione, gridiamo noi, anzi metti rigore perché è in area.
Effettivamente l’area era stata tracciata e il fallo era dentro, secondo noi.
Giovanni si ribella alla decisione degli arbitri e pesta i piedi, gli arbitri della sua parte dicono che il fallo era fuori.
Si litiga già dal primo minuto di gioco, poi Giovanni dice che va bene: metti rigore che tanto te lo paro. Senza questo atto di puro eroismo forse saremmo ancora lì a fare ognuno la sua moviola.
Il ginocchio di Andrea perde un pezzo della crosta che aveva già da qualche giorno. Non sanguina, per ora.
Mi avvicino anche io per il calcio rigore, che deve essere battuto da chi ha subito il fallo.
Palla su una specie di dischetto. Rincorsa. Parte il tiro. Giovanni intuisce, ma non arriva a prendere il pallone. Esultiamo per il gol facendo quello strano verso quasi sottovoce ad imitazione della folla dello stadio Lenin di Mosca. Gridiamo sottovoce dicendo “go”. La elle finale si perde nel boato della folla.
Ma è solo palo, dicono loro, non c’è nessun gol per cui esultare. Come sarebbe, palo?
Questo era uno dei momenti più difficili delle nostre partite. La rissa poteva scoppiare all’improvviso, in questi frangenti.
Il problema è che dei pali erano segnati solo i punti in cui ci sarebbero dovuti essere i pali veri e propri. Erano segnati con dei mucchietti di pietre o con una pietra grande per parte, perciò lo sviluppo verticale del palo era lasciato all’immaginazione dei giocatori. Essendo ognuno di noi dotato di immaginazione del tutto personale e spesso non rispondente ai dettami della decubertiniana sportività, non si riusciva quasi mai a stabilire con una certa serenità se il pallone avrebbe potuto colpire l’immaginario montante, o se sarebbe andato fuori oppure in porta.
Tutti guardavamo attentamente, ma ognuno tirava acqua al suo mulino e non c’era mai un responso dato con sincerità. La posta in gioco era troppo alta.
Quando era troppo sporca, i sostenitori del “palo” discutevano un po’ ma poi si rassegnavano ad ammettere che era rete. Questa volta, però, non era così chiaro e si stabilì che era palo e basta. Giovanni esultò e Andrea, con una leggera increspatura delle labbra quasi come se volesse piangere, disse che il ginocchio gli faceva male.
Palo era come fuori perché non c’era il rimbalzo, quindi palla a loro.
Tore va in attacco, Giovanni passa a Tony che deve lanciare subito a Tore. Ma Tony è mingherlino e Andrea gli si butta subito addosso. Il dolore è passato.
Tony cerca di scartare.
Io decido che è meglio andare a dare una mano, visto che giochiamo in tre. Continua

Alberto Loi

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…ed ai suoi  bambini degli anni ’70

PROLOGO

Guardai l’orologio.
Mancava poco.
Ancora un quarto d’ora  e sarei stato in campo per la partita.
Mancava un quarto alle cinque del pomeriggio, infatti, e i miei non mi permettevano di uscire a giocare prima di quell’ora.
Prima si disturbava il vicinato, e questa era una regola tacita che tutti rispettavano.
Quelle ore pomeridiane erano sacre.
Erano le ore delle cavallette, diceva il padre di un mio amico, per dire che in strada c’erano solo quegli insetti ortotteri in quelle che, soprattutto in estate, erano le ore più calde della giornata.
Le scuole erano chiuse da qualche giorno, e così ormai non c’era da preoccuparsi d’altro che di giocare.
L’inverno era passato giocando spesso in casa, si usciva per strada ma molto meno, sia per il tempo che per il fatto che faceva buio presto.
Ma una volta che le giornate si allungavano e che scattava l’ora legale, nulla poteva più tenerci fra le mura domestiche.
La mattinata l’avevamo trascorsa contro una banda di indiani pellerossa che avevano attaccato il nostro fortino.
La difesa era stata dura, ma alla fine l’avevamo spuntata anche se c’era stata una perdita: facciamo che tu eri morto, avevamo concordato rivolgendoci al più piccolo del gruppo, e in questo modo eravamo riusciti a dare un tocco di realismo in più.
Almeno un morto, fra noi, ci doveva scappare.
Riuscimmo a sconfiggere gli indiani appena in tempo, perchè ormai era ora di pranzo e il padre di Giovanni doveva chiudere il cortile dove aveva ammassato il materiale edile che vendeva nel suo negozio, e fra questo c’era la catasta di legname ben tagliato e squadrato che noi usavamo come fortino.
La chiusura del negozio segnava la fine di ogni ostilità e segnalava anche che nelle nostre case il pranzo ormai era pronto.
Ci vediamo stasera, morto compreso.
A casa, prima di tutto, ci avrebbero costretti a lavarci mani e ginocchia, ma per noi era un’operazione del tutto superflua visto che da lì a poco sarebbero state di nuovo nelle stesse condizioni.
Una volta terminato il pranzo, restava da far trascorrere in qualche modo le ore che ci separavano dalle fatidiche cinque del pomeriggio per riprendere le attività bruscamente interrotte.
I nostri genitori ci avrebbe messo volentieri a dormire, non fosse altro che per lasciar riposare loro, ma la loro era una missione impossibile: non dormivamo neppure col sonnifero, e allora ci si dedicava a ripassare vecchi fumetti che conoscevamo benissimo a memoria o a qualche altra attività.
L’importante era non fare nessun tipo di rumore, cosa che ci riusciva con non poche difficoltà quando non ci riusciva proprio per niente.
La televisione era praticamente inesistente, per noi, anche perchè quel poco di trasmissioni che potevano interessarci iniziavano quando ormai eravamo nuovamente fuori di casa.
D’inverno riuscivamo a vedere qualcosa, ma non avevamo una gran passione per quella scatola luminosa: in genere avevamo da fare cose molto più interessanti.
Così anche quel pomeriggio arrivò l’ora in cui i nostri guinzagli venivano nuovamente sganciati, e finalmente ci ritrovammo giù in strada.
Arrivò Tore, con Aldo, poi sbucarono Andrea e Tony e anche Mario arrivò frenando a striscio con la sua bicicletta Legnano.
Giovanni non si vedeva ancora, ma sarebbe stato meglio che non avesse tardato perchè era necessario gonfiare un po’ il pallone col compressore che il padre usava nell’officina; altrimenti avremmo dovuto scegliere se giocare col pallone sgonfio o andare a gonfiarlo nell’officina di signor Fornasier.
Alla fine arrivò anche Giovanni e il pallone riprese vita, anche se dell’originale forma sferica gli restava ormai ben poco.
Il pallone era mio, ma questo non faceva di me il dominus del gioco.
Tutto era improntato alla filosofia più comunista di quella dei comunisti.
Tutto era nostro.
Il concetto di “mio” poteva venir fuori solo in seguito a qualche litigio, ma durava poco.
Ognuno di noi non sapeva che farsene di oggetti fabbricati per giocare in tanti se poi rimaneva da solo.
Questa volta c’eravamo tutti, rigorosamente in numero dispari in modo che non dovessimo avere nessuna difficoltà nel fare le squadre.
C’erano diverse possibilità di gioco.
Spesso, se eravamo in numero dispari, si giocava a chi segna entra o a chi non segna entra, dove con “chi” si indica colui che giocherà in porta fino a che non subirà una rete o, secondo la formula scelta, fino a che non parerà un tiro diretto in porta.
In quei casi, il portiere verrà sostituito da chi ha segnato o da chi si è visto parare il tiro.
In questo modo non c’era una vera e propria partita, ma solo un susseguirsi di azioni, cross, calci d’angolo tirati da angoli immaginari e il tiro era tacitamente permesso a chi si trovava in posizione favorevole.
La “partita” si giocava senza che alla fine si decretassero vincitori o vinti.
Questo modo di giocare si chiamava anche “a passaggi”, che a volte si trasformava nel tipo detto “a rigori”.
In questo caso il meccanismo per i portieri era lo stesso di chi segna, o chi non segna, entra, ma invece di azioni o cross ci si avvicendava a turno a tirare dei calci di rigore.
Capitava a volte che, per impegni delle rispettive famiglie o perchè alcuni di noi erano puniti per dei misteriosi motivi che solo i genitori sapevano, in strada alle cinque ci si ritrovasse solo in due, ma questo non costituiva un vero e proprio problema: si andava a giocare in via Bacu Abis, sotto casa di Andrea e Giovanni, e si facevano due porte: una era costituita dal cancello del cortile di Giovanni (il cortile col fortino) e l’altra in qualche modo si “tracciava” dalla parte opposta, ad una decina di metri di distanza, nella facciata della casa di Andrea.
Il “campo” che veniva a così a formarsi fra le due porte era disposto in senso ortogonale alla carreggiata stradale, e sarebbe stato perfetto se di tanto in tanto qualche auto non avesse fatto una momentanea invasione di campo.
Ma nulla poteva interrompere quelle gare che si svolgevano semplicemente tirando dei calci da fermo e cercando di segnare ognuno nella porta dell’altro.
Era tacitamente accettato che si tirasse raso terra perchè le finestre della casa di Andrea erano sottoposte a gravi rischi.
Non avevamo erba, in quei campi estemporanei, e non potevamo noleggiare sintetici campetti da calcetto perchè il calcetto non esisteva: il calcetto era quello che facevamo noi in strada, che poteva essere uno contro uno, cinque contro cinque o venti contro venti.
Non c’era erba e non c’era nulla che si frapponesse fra le nostre ginocchia e la ghiaia, o il cemento, l’asfalto o la terra mista a sassi che erano le superfici solite in cui si giocavano le nostre partite. Così, nel giro di poche ore, si formavano sulle ginocchia quelle naturali ginocchiere di sangue raggrumato, dette croste, che invece di proteggere da ulteriori traumi avevano la pessima caratteristica di staccarsi e riprendere a sanguinare.
Stessa sorte, spesso, toccava ai gomiti.
La partita che ci apprestavamo a giocare, questa volta, era una partita “regolare”, una partita vera perchè poteva giocarsi fra due squadre, una di quattro giocatori e una di tre.
Il più piccolo, o quello universalmente riconosciuto come il più scarso, avrebbe fatto parte della squadra di quattro che, tanto, con lui non avrebbe usufruito di un vero e proprio uomo in più.
I due più “anziani”, o i più forti, erano teste di serie e quindi non dovevano far parte della stessa squadra: loro sarebbero stati i capitani delle due squadre e avrebbero scelto uno ad uno, alternandosi, i giocatori della propria squadra.
Questo era il modo più democratico e più equilibrato di fare le squadre. La nostra era una società perfetta.
Fatte le squadre, o a volte prima di farle, si stabiliva quale tipo di partita regolare avremmo giocato: c’erano tre modalità di gioco.
La prima era normale, con un portiere per parte e il resto diviso fra attaccanti e difensori; questa modalità prevedeva un numero di partecipanti piuttosto consistente, con almeno cinque giocatori per parte.
La seconda era “a portieri attaccanti”, che era uguale alla prima ma con i portieri che potevano andare anche in attacco.
I gol in contropiede fioccavano a decine.
Si giocava in questo modo se si era in pochi.
La terza era “a porte vuote”, cioè senza portieri e con porte di dimensioni ridotte.
Il campo, quasi sempre, era esattamente in mezzo alla strada, che poteva essere via Bacu Abis o via Caput Acquas, disposto in senso longitudinale alla carreggiata.
Questa stupenda possibilità ci si presentò quando il comune di Carbonia decise di asfaltare tutte le strade, comprese queste traverse di via Cagliari che fino ad allora erano una pietraia in cui giocare era possibile a patto che si mettesse in conto una serie innumerevole di infortuni e soprattutto dei rimbalzi del pallone totalmente imprevedibili da farti diventare un brasiliano o farti diventare scemo.
Con l’asfalto, il comune ci regalò praticamente un vero campo di calcio, che potevamo anche tracciare con del gesso o con delle pietre che “scrivevano” in bianco.
Le porte venivano delimitate lateralmente da mucchietti di sassi che sostituivano i pali, mentre in altezza si andava a occhio.
Questo fatto poteva causare discussioni interminabili che non si sarebbero risolte neppure con la moviola in campo, ma è un altro discorso.
Sia il campo di via Bacu Abis che quello di via Caput Acquas erano “in lieve pendenza” verso via Cagliari, ma a condizione di non farsi mettere sotto dalle auto che transitavano in via Cagliari si poteva anche accettare questo lieve inconveniente e inseguire, correndo coi talloni nel sedere, i palloni che fuggivano rotolando verso la suddetta via.
D’altronde neppure i campi di serie A dovevano essere perfettamente “in bolla”…
Le auto transitavano anche in mezzo al nostro campo, ed erano una vera rottura di scatole.
Non ne passavano tante, ma quando passavano esisteva una regoletta di cui parleremo meglio in seguito: si chiamava “fermagioco” e si applicava ad una casistica piuttosto varia e ampia.
Stabilito il campo, le squadre e la durata, che non aveva proprio nulla di stabilito, tutto era pronto per il calcio d’inizio. L’arbitro si chiamava “buonsenso”, e spesso arbitrava male.
Tutto pronto, quindi, ma la cronaca della partita ve la racconto un’altra volta.

Segue…

Alberto Loi

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Silvia Nicolosi DessyIeri sera sono andata a trovare la madre di una cara amica, una centenaria dalla vita avventurosa . Una persona intelligentissima e soprattutto lucida nonostante i suoi 99 anni suonati.  Mentre mi raccontava della sua vita abbiamo sorseggiato un the.  Ho pensato che quelle testimonianze non dovevano andare perse e quindi l’ho registrata e filmata, con l’intento di inviare tutto alla Banca della memoria, dove i ricordi e le testimonianze stanno al sicuro.

I suoi racconti sono stati vari e meravigliosi, ricchi di particolari emozionanti.

Silvia è stata un’insegnante di lettere, grande appassionata di musica lirica.  Ha conosciuto personaggi di spicco della storia culturale cagliaritana e del mondo della musica. Uno dei racconti che mi ha particolarmente affascinato però è stato sicuramente quello di suo nonno Gaspare, un garibaldino sanguigno. Vi invito a visionare il mio video.


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facebook1Quando ci si iscrive su Facebook può capitare di accogliere tante persone che chiedono l’amicizia senza apparentemente conoscerle. Non sarebbe prudente se non fosse che prima di accettare, personalmente scruto, per  ciò che è possibile gli amici che si hanno in comune.

Ma molti effettivamente non si conoscono comunque. Un amico ha inventato questo gioco, molto carino. Ha postato nella sua bacheca questa frase:

“Se tu stai leggendo questo post significa che in un modo o l’altro noi abbiamo avuto un contatto, che abbiamo un vissuto comune o ci siamo incrociati una volta nella nostra vita… P.f. Commenta il post con il primo ricordo di me che ti viene in mente… Ci sara’ pur sempre un motivo per cui sei finito/a nella mia lista di amici! Quando hai finito copia questo testo nella tua bacheca e preparati a viaggiare nel tempo.”

In questo modo, coloro che ti conoscono, possono aprire la tua mente ai ricordi messi da parte chissà da quanto tempo.

Provare per credere!

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Lirico-di-Cagliari-600x358Per capire la grande importanza che ha il teatro Lirico di Cgliari nel mondo dell’opera lirica basta scavare nella memoria di chi lo ha visto crescere e di chi lo ha frequentato sin dagli albori. Il teatro in se, come struttura è nato nel 1993 ma l’istituzione è ben più antica: risale infatti ad anni in cui ancora non avevo visto la luce.

La curiosità e la passione che mi legano a questo teatro mi hanno stimolato  a  domandare ad alcuni abbonati storici come è nato e chi sono stati i grandi nomi della musica che hanno calcato il palcoscenico cagliaritano.

Ho raccolto e filmato diverse testimonianze che sto elaborando per la Banca della Memoria, sito con cui collaboro già due anni. Una di queste però ve la voglio proporre subito perchè, questa signora simpaticissima io credo di ricordarla da sempre e cioè dal giorno in cui ho cominciato ad esibirmi nei primi saggi al Conservatorio di Cagliari.

La signora Cecilia non è mai mancata nè ad un concerto  nè ad un’opera se non per qualche malanno stagionale. Quando questo capitava, gli stessi dirigenti si preoccupavano del suo stato di salute. In occasione della nostra lotta, lei è sempre in prima fila a sostenerci perchè, come dice sempre: “Voi siete la mia vita”.


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M--B--pianoforte-miniatura-in-legno-noce-a-coda-_1Ad ogni Natale l’apertura dei pacchi regalo è accompagnata sempre anche dai ricordi  della nostra infanzia e dai regali che ci sono rimasti nel cuore accompagnati dalla  nostalgia degli gli anni che passano, quelli dei bambini che diventano uomini e non godono più di quei momenti magici di gioia indescrivibile.
Impossibile non scavare nella memoria per cercare di ricordarsi del regalo più bello ricevuto! A me ad esempio, ancora oggi , ad ogni Natale, mi torna alla mente un regalo ricevuto forse quando avevo 3 anni, ma che è sempre rimasto impresso come un marchio indelebile: un pianofortino in legno, con la seggiolina.
Un sogno che poi nel tempo si è consolidato perchè, a distanza di anni, quando mi è stato regalato un pianoforte vero dai miei genitori, come strumento dei miei studi, la gioia si è rinnovata ed ancora oggi, quando lo guardo, e mi accorgo che sta invecchiando con me, ho quella nostalgia che mi riporta alla mia prima infanzia e a quegli anni spensierati che non torneranno mai più.

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simona-colori-415x245Simona Collu, la vincitrice del 1° concorso di canto online bandito da questo blog Musicamore (proclamata dalla giuria tecnica per la sezione canto leggero), si racconta .

Sono nata a San Sperate (CA) 32 anni fa. La mia musica comincia per caso
Siamo 3 sorelle e mio padre, convinto che fosse piu’ dotata la seconda di noi, la inizia allo studio del pianoforte.
Io l’accompagnavo. Un bel giorno, mentre eseguiva il Rossomandi (libro di pianoforte più usato da generazioni di ragazzi) in maniera disastrosa, chiesi al maestro: “Posso provare io?” Lui rimase a bocca aperta perchè esegui gli studi sia a mani separate che unite, tutto correttamente. Studiavo di nascosto perche’ il pianoforte era di mia sorella!
Da allora lei lasciò  e invece continuai io: il Conservatorio di Cagliari fu il mio primo obbiettivo.
Mi iscrissi appunto in pianoforte passando direttamente al secondo anno con la conferma facendo un ottimo esame a memoria.
Quando finii la commissione mi domandò chi fosse  la mia insegnante ed io risposi che era: la Giangrandi .
“La tua insegnante deve essere molto orgogliosa di te!”
Tutti gli anni ho goduto di borse di studio scolastiche.
A diciotto anni ho aperto la mia prima agenzia di spettacoli con il supporto di mio padre.
Ho lavorato come gruppo spalla con vari artisti dell’ isola Benito Urgu, S’Oleandru, Gennaro Longobardi.
Allora avevamo  due impianti audio e luci che portavamo in giro per tutta la Sardegna.
Un anno preparai tutti i partecipanti del festival Sanlurese.
In seguito misi a disposizione i miei impianti per moltissime associazioni benefiche nella sala convegni dell’ospedale BROTZU .
Al quinto anno dei miei studi musicali, decisi di espandere il mio bagaglio musicale iscrivendomi anche in canto lirico  classificandomi al terzo posto nelle graduatori di ammissione.
La mia insegnante Rosi Orani era entusiasta del mio risultato.
Due anni dopo per motivi familiari, mia madre chiude la sua attivita’ e non potendo sostenere i miei studi decido di concludere.
Cambio citta’,  lavoro: commessa e poi direttrice di una delle gioiellerie del centro storico di Trento.
Mi sposo e vado a vivere  in un condominio molto piccolo col terrore che i vicini si potessero lamentare della mia musica
Invece tutti vogliono ascoltarmi ed è perciò che mi vien voglia di fare pianobar nei piccoli locali dell’interland di Trento .
La nostalgia prevale, mi manca troppo la mia Sardegna. Prendo coraggio e decido di ritornare. Concludo i lavori di una casa nel mio paese natio vicino a Cagliari( Villasor), ed eccomi di nuovo nella mia terra solare.targa-premio-musicamoreSimo
La mia famiglia aumenta con un meraviglioso bambino ma, la musica non l’ho dimenticata. Ho ricominciato,  per gioco, da un CONCORSO di canto ONLINE organizzato dal blog di una mia conterranea.
Cagliari mi rende con gioia cio che in fondo ha sempre fatto parte di un mio sogno.


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coroQualche sera fa, durante una delle nostre trasferte,  ho notato fra il pubblico, due nostri colleghi pensionati. Con gioia  ci siamo avvicinati a salutarli.
Erano commossi nel rivederci . Un collega ormai ultraottantenne, vedovo, ci trasmetteva la sua gioia nel dirci che da qualche mese un’altra collega pensionata aveva acquistato casa vicino a lui. Da quel dì si vedono spesso per passare insieme le giornate, e soprattutto andare ai concerti, come quello cui stavano per assistere, ricordando i bei tempi andati. Lui ha trovato l’appoggio in lei, amichevole e disinteressato (ha sottolineato), e ciò sta dando un nuovo scopo alla sua vita.
Anche lei ci ha raccontato della sua vedovanza recente e della malinconia che in qualche momento l’ assale, ma che, grazie alla fede, riesce a superare.
Insieme poi , prima di cominciare, ci siamo recati nell’istituto religioso che ci ospitava, per bere un po’ d’acqua e sistemarci l’abito da concerto.
Scopriamo per caso che, all’interno di questa struttura, si trova un’altra nostra ex collega  che, dal giorno in cui è andata in pensione, nessuno aveva più visto.
Scopro con tristezza che è affetta da demenza senile.
La suora che l’assiste ci dice di come la malattia le abbia fatto perdere la memoria su tutto ma che, quando parla della sua professione artistica le si illuminano gli occhi e ricorda ancora. Avremmo voluto salutarla , ma abbiamo capito che era già a riposo sotto l’effetto di farmaci.
Insomma una serata malinconica. Alla fine del concerto, con l’ultimo brano: “Va Pensiero”, mi si è stretto il cuore a vedere i miei due ex colleghi in prima fila commossi nel ricordare le tante volte che insieme avamo cantato e bissato quel brano.

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treninoSono passati solo 3 giorni dal rientro della trasferta a Wiesbaden che già siamo attanagliati dalla nostalgia. Un’esperienza unica che il nostro teatro  ricorderà ancora per molto tempo. Tutti, veramente tutti, hanno gioito uniti di questo successo ottenuto in Germania con la rappresentazione della Lucia di Lammermoor di produzione interamente del teatro Lirico di Cagliari soprattutto in questo momento che la cultura nella nostra italia  è relegata in cantina.
Ieri alla ripresa delle prove per la preparazione della prossima opera in cartellone (I Puritani), i commenti erano comuni: soddisfazione, nostalgia, ricordi.
Su questi mi vorrei soffermare.
In altri tempi, ci sarebbe stato lo scambio delle foto e la raccolta dei nomi e dei soldi per le riproduzioni fotografiche. Oggi tutto è cambiato: con la tecnologia lo scambio avviene tramite mail o facebook. Nuove persone si sono iscritte per poter condividere le tantissime foto digitali scattate nel luogo di trasferta, ma anche video di ogni genere. Le foto e i video del ricevimento col governatore tedesco sono sicuramente al primo posto ma anche quelle che riguardano la città, le sue caratteristiche, i momenti allegri e quelli faticosi soprattutto durante il lavoro. Tutti in rete mettono ciò che hanno fatto nel loro campo.
Ho apprezzato molto un bellissimo video realizzato dai colleghi tecnici durante l’allestimento della Lucia nel bellissimo teatro di Wiesbaden, e ve lo voglio proporre.


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Con una collega ieri si parlava dell’utilità e dell’importanza che possono avere le collezioni.

(continua…)

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Qualche giorno fa sono andata a trovare una persona anziana in un istituto , e mi ha colpito come guardasse l’orologio in continuazione, aspettando con ansia l’inizio della sua trasmissione preferita: una fiction.

(continua…)

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Cari amici blogger, oggi ho compiuto 100 anni e grazie a Dio ho ancora la forza di scrivere (si fa per dire) sul mio blog.

(continua…)

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La banca della memoria ultimamente ha inviato alcuni rappresentanti del sito  anche in America .

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Il mio armadio è particolare. Non per come è esteticamente ma per ciò che contiene.

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Rovistando fra le scatole dei ricordi di viaggio: saponettine, salviette, cuffiette ecc. mi sono soffermata su una piccola confezione di fiammiferi.
Ricordate quelle confezioni piatte con due o tre file di fiammiferi col bastoncino di cartone piatto?
Un tempo negli hotel  si trovavano in camera quasi sempre dentro un posacenere accanto alla penna e qualche cartolina. Io non fumavo ma le piccole confezioni mi sono sempre piaciute soprattutto per il ricordo del viaggio .
La mia bambina osservava con me questi oggettini e incuriosita mi ha domandato:
Questi cosa sono?
Sono rimasta un attimo interdetta, ma poi ho pensato che effettivamente lei non aveva mai avuto a che fare con i fiammiferi. Nessuno fuma e in cucina c’è l’elettricità .
Le ho detto che erano fiammiferi e prendendone uno in mano l’ho acceso.
Ho visto il suo volto illuminarsi stupita!
Ancora Mamma , fallo ancora!!” Mi chiede entusiasta!
Ma è incredibile, anzi mi pare impossibile che oggi, nell’era dell’alta tecnologia un bambino rimanga a bocca aperta davanti alla fiammella di un fiammifero.
Certe volte ho il desiderio di tornare indietro per rivivere con entusiasmo la gioia per le piccole cose.

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