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Si è concluso in allegria lo stage di Danza Contemporanea tenuto dal maestro Joseph Fontano presso la Scuola Arabesque di Benedetta Bucceri e Roberto Magnabosco, nella sede di Cagliari Via Molise N.2 Ca C/ O AFRODANZA.
L’emozione era tanta per gli allievi che hanno seguito il grande coreografo, ma il poliedrico Joseph  è riuscito a smorzare la tensione in maniera divertente come solo lui sa fare.

La lezione si è svolta col massimo  impegno e concentrazione. Tra gli stagisti c’erano sia  insegnanti di danza provenienti da varie scuole della Sardegna che allievi. Particolarmente gradita è stata  presenza di Donatella e Carly Padiglione.

Durante lo stage il clima che si è creato era davvero famigliare tanto da poter festeggiare anche un compleanno , quello  della docente  di danza contemporanea  Giorgia Damasco… quale miglior regalo se non quello di festeggiarlo con un pesonaggio così importante come il grande Fontano?
A fine lavoro il maestro Joseph Fontano ha consegnato gli attestati da lui firmati e,  dulcis in fundo, ha annunciato che  la collaborazione   con la Scuola Arabesque proseguirà. Ci saranno infatti stage-workshop e corsi di formazione professionale per insegnanti.
Per tutti gli allievi  è stato emozionante vedere da vicino e lavorare con   colui che è stato il nostro Maestro in gioventù .
Grazie Joseph … a presto!
Roberto Magnabosco e Benedetta Bucceri.

 

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Il Progetto Händel, è una nuova creazione di Mauro Bigonzetti forgiata sui ballerini scaligeri e sulle étoiles Svetlana Zakharova e Roberto Bolle. Una prima assoluta cui si potrà assistere al Teatro alla Scala nelle recite serali del 20, 23 e 24 maggio e nella recita pomeridiana di domenica 21 maggio.

Per la prima volta scopriremo, in un progetto moderno, questa grande coppia, acclamata nei titoli classici e romantici.

Per il celebre coreografo italiano è un ritorno alle note di Georg Friedrich Händel e alla fantasia illusionistica del teatro barocco, da sempre suo grande amore (InCantoCome un respiroFesta barocca).

Nella prima parte, soli e passi a due si alterneranno sulle note delle Suites händeliane, fra gighe, courante, allemande e sarabande in una dimensione intimistica, asciutta e geometrica.

La seconda parte si arricchisce con diversi timbri strumentali, con una esplosione di colori e un senso di leggerezza e divertimento.

Biglietti da 11 a 127 euro più prevendita (da 5,50 a 63,50 euro per la recita di ScalAperta del 1 giugno).

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Leggi qui  precedente.

La genialità porriniana, aggiungiamo noi, è, non solo musicale ma anche storico-filologica! Per quanto riguarda la genialità letteraria de I Shardana lasciamo l’arduo compito ai critici letterari perché, ne siamo fermamente convinti, quello porriniano non è soltanto un capolavoro musicale ma anche letterario.

Con I Shardana va in scena quindi un mondo mitico in cui si esaltano le gesta dei due momenti più gloriosi della Storia Sarda: quello nuragico e medievale-giudicale, in cui i Sardi sono soggetto e non oggetto politico; essi fanno/creano storia e non la subiscono. Di questo Porrino è perfettamente consapevole e la sua scelta assolutamente non casuale ma sintomatica di una conoscenza – da uomo immensamente colto – profondissima delle origini del suo popolo. Ma … ironia della sorte … i due periodi storici succitati «escono anche di scena» con la medesima velocità con cui erano andati «in scena», in quanto da sempre sono stati quelli maggiormente trascurati nei programmi scolastici dell’isola …

Vogliamo chiudere così queste poche righe, pensando che, forse, sia meglio ricominciare non solo da I Shardana di Porrino … ma anche dalla lezione profonda di questo nostro conterraneo, non compositore e basta ma anche direttore d’orchestra, poeta, scrittore, critico musicale divenuto universale proprio per aver attinto, con grande umiltà, dai saperi del suo popolo, in apparenza semplice ma in realtà depositario di una tra le più raffinate e originali culture del vecchio continente.

Stralcio tratto da Gli uomini dei nuraghi: dramma musicale in 3 atti, Stoccarda 2009 (www.sardinnia.it) di Giovanni Masala, volume contenente il libretto d’opera in tre atti a firma dell’autore, nonché le critiche all’indomani della rappresentazione al Teatro San Carlo di Napoli (1959) e al Teatro Massimo di Cagliari (1960). 

Di seguito un video che riguarda le prove dell’opera e una bella intervista al regista Davide Livermore (regista e coreografo dell’opera I Shardana di Ennio Porrino.


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Oggi ho incontrato quasi per caso un’abbonata del nostro teatro. Mi è venuta incontro sorridente complimentandosi per lo spettacolo a cui ha assistito venerdì scorso al Teatro Lirico di Cagliari, il Macbeth di Giuseppe Verdi. Allo stesso tempo però era risentita del fatto che non ha potuto vedere il soprano Anna Pirozzi nel ruolo della Lady , come scritto sul programma inizialmente. Aveva avuto modo di apprezzarla nella  passata edizione di Nabucco  ed era insomma curiosa di vederla e sentirla ancora in un ruolo verdiano di grande impegno vocale ed interpretativo.

Mi ha sottolineato che lei faceva parte di quel gruppo di abbonati  che dopo gli svariati scioperi e i continui cambiamenti dei cast , aveva giurato  che non avrebbe rinnovato l’abbonamento. Ma la passione e la speranza che non ci sarebbero state modifiche, l’ha portata a riprovarci.

Mi ha anche detto che la bellezza di questo spettacolo ha un po’ attenuato la sua rabbia ma che le rimarrà comunque inappagato il desiderio di poter sentire la Pirozzi.

Non ho saputo cosa risponderle.

Certamente i due soprani, in maniera diversa, hanno caratterizzato bene il difficile ruolo di lady Macbet. Personalmente però  trovo che Anna Pirozzi abbia una vocalità più adatta, più verdiana. La voce  grande ma allo stesso tempo agile ed estesa, ha ben sottolineato ieri, il personaggio perfido e sanguinario,  completandolo  con una gestualità appropriata. 

Rachele Stanisci, che era al suo debutto in questo ruolo, ha comunque interpretato bene la Lady esattamente come l’aveva pensata il regista Micha van Hoecke. Dal punto di vista vocale è padrona di mezze voci, filati e buone agilità ma trovo che il colore sia troppo chiaro per questa diabolica figura verdiana.


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Chi andrà a vedere il Macbeth di Giuseppe Verdi, prossimamente al Teatro Lirco di Cagliari, avrà una grande sorpresa. Vedrà infatti una produzione molto particolare, direi fuori dalle righe: un Macbeth ambientato in Giappone che oltre al canto ha anche tanta danza.

Non posso anticiparvi altro ma vi invito a guardare questo video dove è il regista-coreografo Micha van Hoecke in persona a raccontarvi come è nato nella sua mente uno spettacolo tanto originale.


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Cosa succede quando uno scrittore e un coreografo s’incontrano? Beh, come minimo nasce un’idea bellissima.

E’ il caso dello scrittore ,Ignazio Salvatore Basile, autore del libro sulla vita del garibaldino Gaspare Nicolosi “Dalla Sicilia al Piemonte“( vi invito ad andare  qui sul suo blog per  leggere l’ispirazione di questo romanzo) e del ballerino coreografo Roberto Magnabosco.

Basile racconta a Magnabosco  come è nato il suo ultimo romanzo e soprattutto quale è stata la musa ispiratrice ; lui ascolta e lancia subito un’idea: perchè non farne un Musical? Basile ha la penna facile,come un cow boy nel far west con la sua pistola e, nell spazio temporale di un mese, il libretto è lì bello e pronto.

Da musicista-cantante dò uno sguardo e mi rendo conto che la cosa e fattibile.  Mi metto subito alla ricerca del compositore che ne componga la musica. Mi arriva una segnalazione per il musicista Franco Corda il quale,  ha accettato subito con entusiasmo mettendosi subito a lavoro. E anche le musiche quindi  sono quasi pronte.

Ecco il lavoro che comincia  a prendere forma: Magnabosco sarà il coreografo ufficiale (con la stretta collaborazione di Benedetta Bucceri e la partecipazione straordinaria di Assunta Pittaluga) e metterà una prima pietra a quello che si prospetta un musical tutto sardo.

Con un coreografo così è impossibile non trascinare dentro altri personaggi di buon livello del mondo della danza. Perchè non dare il ruolo  della protagonista alla ballerina-conduttrice Claudia Tronci? Avete presente la trasmissione di Videolina “Di che danza 6″? Magnabosco ma anche Basile hanno visto subito in lei le fisique di role della protagonista del romanzo.

Che dire: le premesse per la buona riuscita dello spettacolo ci sono tutte.

Ora si tratta di metterci tutti a lavoro per la buona riuscita di questa idea nata per caso ma, cosa molto importante, si cercano  sponsor perchè purtroppo l’entusiasmo degli artisti da solo non è sufficente a sostenere le spese che si andranno ad affrontare.  Chiunque fosse interessato quindi, può lasciare una mail a questo blog (ottottobre@tiscali.it).

Riusciranno i nostri eroi a produrre un musical made in Sardegna?

 

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 Sta per iniziare la 62esima edizione del Festival della Canzone Italiana. Quest’anno, durante la quarta serata ci saranno come ospiti il coreografo Daniel Erzalow, che si esibirà su musiche dei Nirvana ballate da Simona Atzori, danzatrice di origine sarda. Una bella sorpresa, e se casomai qualcuno ancora non la conoscesse (ma penso siano rimasti in pochi), vi posto di seguito la bellissima intervista fatta da Lucia Bellaspiga  per il quotidiano Avvenire.

La guardi parlare, sprofondata tra i cuscini del divano, e tuo malgrado ti trovi a fissare le sue braccia (o sono gambe?), il gesticolare delle mani affusolate (o sono i piedi?), l’agile movimento delle dita mentre sfoglia le pagine del suo libro e trova la pagina che cercava: “Ecco qui. Il punto in cui racconto che il 18 giugno del 1974 vengo al mondo e i miei si tengono per mano mentre decidono non di ‘accettarmi’ ma di accogliermi con gioia infinita: sapersi amati fa assolutamente la differenza”. Simona Atzori ha ormai calcato i palcoscenici del mondo, è volata sulle punte con l’étoile della Scala al “Roberto Bolle and Friends”, è stata Ambasciatrice della Danza del Giubileo del 2000, ha aperto le Paraolimpiadi Invernali del 2006 e oggi porta in giro per l’Italia “Me”, il primo spettacolo realizzato interamente da lei, insieme alla sua Compagnia “Simonarte Dance Company” e ai ballerini della Scala di Milano. Ma per molti resta prima di tutto ‘la danzatrice senza braccia’. “Sono rimasta in cielo”, annuisce serena. Intorno a lei, ballerina e pittrice, i grandi quadri accatastati al suolo, pronti a partire per la prossima mostra. Parla rilassata, a ‘braccia’ conserte, le ‘mani’ sul grembo, poi le scioglie e le poggia a terra, dove diventano magicamente i suoi piedi. Di nuovo solleva un piede, lo porta alla testa e con eleganza sinuosa si riavvia i lunghi capelli ricci.
Simona sono più le tue braccia o le tue gambe? Come le senti?

Domanda interessante (ride), non ci avevo mai pensato. Credo che per la maggior parte del tempo siano braccia. Sono vissuta qualche anno in Canada, dove mi sono laureata, e lì mi dicevano che ero proprio un’italiana da quanto gesticolavo. La sintesi perfetta avviene quando guido, un piede sul freno e acceleratore, l’altra ‘mano’ sul volante.

Come reagirono i tuoi genitori, Tonino e Vitalino, alla tua nascita?

Allora non c’era l’ecografia, fui una bella sorpresa, non c’è che dire. I primi due parti per mia mamma erano andati male, per questo mia sorella, la sua terza gravidanza, è stata chiamata Gioia. Poi sono arrivata io e mia madre aveva il terrore di perdere anche me. Quando si è svegliata dal cesareo e ha visto i volti cupi degli infermieri, che non le lasciavano vedere la sua bambina, è stata malissimo. Poi invece ha saputo che ero sana e salva, soltanto mi mancavano le braccia. Mamma e papà si sono abbracciati e hanno subito deciso il da farsi: mi avrebbero insegnato a prendere il ciuccio con i piedini. Già prima che io nascessi, mia madre sognava per me che io diventassi ballerina, mi aveva dentro e già mi immaginava di vedermi volare sul palcoscenico: il suo primo pensiero è stata la chiave della nostra vita, la sua positività ha dato a tutti noi il segreto della felicità.
L’essere ballerina, e quindi snodata, ti ha aiutato a vivere?

La danza mi ha aiutata dal punto di vista fisico, è vero. Ma non l’ho scelta io, è lei che ha scelto me, così come la pittura, ed entrambe le arti mi permettono di esprimere tutto il mondo interiore.
Ora però con “Cosa ti manca per essere felice?” sei anche scrittrice.

Il titolo del libro è la domanda che faccio sempre agli altri. A me non è mancato nulla, nella mia vita non ho avuto scuse né alibi. Allora alle persone vorrei dire di non arrendersi alle prime apparenti difficoltà, di non scoraggiarsi mai perché, anche se ti manca qualcosa, puoi comunque essere felice. Di fronte alla foto di copertina, spesso la gente non si accorge che non ci sono le braccia e questo significa una cosa importante: nella vita bisogna guardare quello che  c’è, non lamentarsi per ciò che non abbiamo. Qualcosa, tanto, manca a tutti, anche a chi ha braccia e gambe in regola: l’esteriorità si nota prima, ma se il vuoto è interiore  il dolore è più straziante, più limitante di due arti rimasti in cielo.
Qual è il tuo messaggio?

La vita è un dono straordinario e non va sprecata. Io tengo incontri motivazionali in aziende, banche e scuole e sempre cito Papa Giovanni Paolo II: “Prendete la vita nelle vostre mani e fatene un capolavoro”. E’ una verità assolutamente concreta: quando hai un dono sei felice, prima di tutto, e poi vuoi donarlo, farlo più bello, e questo cerco di fare anch’io. Quando narro la mia storia sembra che racconti una favola, e in effetti è la “mia” favola, è proprio uno spettacolo di vita. Ognuno di noi può fare questo, basta crederci, purchè non a metà, crederci veramente. Non è facile, ma nulla è facile nella vita.
Qual è il tuo rapporto con il Creatore?

Ringrazio il Signore non per la vita in generale, ma per avermi disegnata esattamente così. Il mio grazie quotidiano è cercare di rendere questa mia vita un capolavoro, come lui ha voluto che fosse.
Hai anche l’amore. Come lo hai riconosciuto in Andrea, il tuo fidanzato, istruttore di volo?

L’amore è soprattutto l’uomo che gioisce dei suoi successi e li condivide. Due strade parallele ma una crescita insieme.
Perché non viene da dire che sei una disabile? Perché ti si conosce e si pensa “che fortuna ha avuto a nascere così”? Perché è vero, Che cosa significa disabile? Chi lo è e chi no? E colui che è sano, fino a quando lo sarà? Non è questo che conta, non certo due braccia o due occhi, e spesso proprio nella caduta si scopre il senso della vita, come testimoniava Ambrogio Fogar e come racconta Mario Melazzini, il medico malato di Sla. Per molti questo è incomprensibile, perché guardano l’avere e il fare anziché l’essere.
Potessi chiedere al Signore le tue braccia, lo faresti? In Kenya ho danzato per carcerati, malati di Aids e bambini di strada e mi hanno fatto la stessa domanda. Ti rispondo come a loro: se fossi nata con le braccia, tu ora non staresti parlando con me, ma con un’altra persona. E io amo Simona.

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roberto magnaboscoConfesso che ho avuto difficoltà a mettere ordine e soprattutto a riassumere quella che è l’intensa vita professionale del ballerino- coreografo Roberto Magnabosco, cagliaritano-sardo, ma  figlio di mamma milanese, padre veneto e nonna austriaca. lui si sente sardo a tutti gli effetti perché è nato precisamente a Cagliari-Pirri. Le sue caratteristiche fisiche non ricordano minimamente quelle sarde, ma lui sardo lo è soprattutto nel cuore. Avendo girato tanto, ha sempre sentito il desiderio di tornare nella sua terra, di risentire l’odore del mare, di apprezzare i nostri scrittori.

“Adoro Grazia Deledda e la scopro ogni giorno” – mi ha detto.

Roberto, quale è stato il primo ricordo che ti lega alla danza?

Probabilmente dentro il grembo di mia mamma. Con nitidezza però ho sicuramente molto vivo il ricordo della visita che feci alla scuola di danza del Teatro alla Scala di  Milano. Andai con mia zia che era pianista proprio lì,  e  rimasi incantato a guardare i bambini che provavano, avevo 5 anni.

L’insegnante vide il mio interesse e subito mi domandò se avessi desiderio di provare. Il giorno dopo ci sarebbero stati i provini  per formare le nuove classi .

Fui ammesso e da quel giorno entrai nella scuola di ballo del teatro più famoso del mondo.

Ma lo studio comprendeva anche quello delle scuole elementari e medie?

L’accademia della Scala comprendeva tutto. All’epoca gli allievi erano come in collegio, vivevano all’interno della scuola  fino ai 16 anni ed io ebbi anche la fortuna  di vincere una borsa di studio che mi  permise pure una certa tranquillità economica. Ebbi la fortuna di lavorare da subito in palcoscenico e il mio primo ruolo fu quello di uno dei moretti nell’Aida. Più avanti ho avuto anche la fortuna di interpretare parti da protagonista e spessissimo parti da Principe.

Il rigore della scuola di danza classica ti permetteva di poter vedere anche aldilà dell’ambiente teatrale ?

Beh, diciamo che ero io ad avere il desiderio di conoscere e provare nuove esperienze come quella televisiva.Pronto raffaella rai uno anno 1977

Seppi che Raffaella Carrà cercava ballerini per il suo spettacolo “Pronto Raffaella?”. Io avrei voluto fare un provino ma sapevo che la mia insegnante non lo avrebbe permesso. Decisi quindi di farlo di nascosto, scappando dalla scuola ma consapevole comunque che a breve mi sarei diplomato. Dopo poco tempo seppi di essere stato preso. Per me fu una gioia immensa , conobbi un mondo totalmente diverso da quello che avevo conosciuto fino ad allora. Ho registrato in 3 mesi tutte le puntate che sarebbero andate in onda durante l’inverno. Fu determinante l’incontro con Enzo Paolo Turchi (allora primo ballerino della Carrà) il quale apprezzò subito la mia impostazione classica in quanto anche lui proveniva dalla scuola del San Carlo di Napoli.

Ma poi con la danza classica e la scuola della Scala come andò a finire?

Alla fine delle registrazioni partii per il Bolshoi di Mosca, dove conobbi Rudolf Nureiev e poi a Parigi la grande Margot Fonteyn .

Quanto studio e quanta costanza e soprattutto che fortuna hai avuto ad incontrare e lavorare con questi miti!

Si, devo dire che ogni treno che passava lo prendevo sempre al volo.

Diciamo che anche il tuo talento e la tua passione sono stati determinanti.

Di questo devo ringraziare soprattutto mio padre (Natalino Magnabosco famoso imprenditore nel settore dei mobili) che fin da bambino, notando la mia predisposizione artistica, mi incoraggiò in questa scelta professionale.

Ma i grandi incontri continuano. Mudra. Roberto Magnabosco nella Compagnia di Bejart

Si ho avuto la fortuna di studiare e lavorare anche con Carla Fracci: una grande professionista che anche se apparentemente glaciale, sul palcoscenico si trasformava; e poi ancora con Maurice Bejart (scomparso recentemente)

Qualche volta ti coglieva il mal di Sardegna?

Si ogni tanto avevo la necessità di rivedere la mia terra. In uno di questi periodi di rientro, negli anni 80, cominciavano le prime trasmissioni in diretta di  Videolina. Ebbe un grande successo la trasmissione  ”Vivere ” condotta da Riccardo Coco. Bejart Roberto Magnabosco.

Io fui invitato a prendervi parte come ospite. La trasmissione ebbe un grande successo locale e mi diede molta popolarità. In quell’occasione conobbi Minnie Minoprio che mi volle poi con se per diversi spettacoli.

Minnie Minoprio Show sadamore anno 1977Durante le tue pause cagliaritane quale scuola ti ospitava per mantenerti in esercizio?

Fui ospite della scuola di Assunta Pittaluga con la quale nacque subito un bellissimo rapporto professionale e di amicizia che dura ancora oggi. Nonostante nel mio cammino avessi incontrato i più grandi artisti della danza, vedevo in lei il riassunto di tutti loro. Assunta è davvero una grande professionista!

Aprii poi la mia prima scuola di ballo “Arabesque” a Pirri-Cagliari ,dietro il suggerimento e l’aiuto di mio padre. La danza si sa, ha un limite legato all’età e lui mise in evidenza che bisognava pensare anche al futuro.

bucceriAl mio fianco ci fu da subito Benedetta Bucceri, prima compagna di vita e poi professionale che mi fece anche da manager. Questo legame, nonostante il tempo che passa, non si è mai spezzato. Un ottima collaborazione e intesa artistica ha fatto si che la scuola Arabesque  mantenga sempre   un buon livello.

Ho avuto modo di assistere ai saggi di questa scuola e devo dire che ho ammirato le piccole allieve che, sul palco oltre che esibirsi con professionalità, riuscivano anche a divertirsi.

Si, indubbiamente, i tempi sono cambiati , quel rigore che ho conosciuto io alla Scala non esiste più anche se in qualche occasione una certa severità non dovrebbe mai mancare.

Ma poi hai ripreso i tuoi viaggi?

Si, ho lavorato con Renato Zero e il suo carrozzone, ho fatto ancora televisione, questa volta ospite di Canale 5. Ho lavorato con  Maurizio Costanzo nel suo programma Buona Domenica, e sempre in ambito televisivo, ultimamente, sono stato ospite in qualità di giudice nella fortunata trasmissione di Claudia Tronci Di che danza 6 con la quale abbiamo registrato poi lo spot per la prossima edizione.

Io però ti ho conosciuto nel mio ambiente, quello del Teatro Lirico.Cenacolo Fracci

Si, questo è un altro capitolo della mia vita. Ho lavorato come ballerino e coreografo in diverse produzioni nelle stagioni liriche cagliaritane (tra le tante una Boheme con Boccelli el’ultima , negli anni novanta con la  Vedova Allegra) e sassaresi. A Sassari ho avuto la grande fortuna di lavorare con Giusy Devinu nella Lucia di Lammermoor; che emozione il giorno che mi si avvicinò e mi chiese di parlargli di me!

Ho quel ricordo vivo e commovente, lei che conosceva il mio nome!  Sto lavorando ad un progetto su di lei e naturalmente al tuo progetto per “Un parco per Giusy“. Sarebbe bellissimo poter dedicare questo parco  al grande soprano cagliaritano.

E’ infatti in questo Parco della Musica che io e Roberto abbiamo passato due ore a chiacchierare senza renderci conto del tempo che scorreva.

Grazie Roberto, un grande onore averti avuto come ospite nel mio blog per festeggiare insieme i primi 5 anni di Musicamore con  un milione di visite.

roberto magnabosco alessandra atzori

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petit_rolandIl presidente francese Nicolas Sarkozy ha salutato Roland Petit, morto a Ginevra a 87 anni, ricordandolo come “un immenso creatore che ha lasciato la sua impronta sulla danza del XX secolo”.
Il grande coreografo, autore di un centinaio di balletti, era figlio di madre italiana e da un padre barista al mercato di Les Halles. Aveva debuttato a nove anni alla scuola di danza dell’Opéra di Parigi, dove bambino aveva incontrato la moglie, la grande ballerina Zizi Jeanmaire (la ricordo in certe trasmissioni RAI, negli anni 70) ; i due si sposarono a trent’anni, nel 1954, e Jeamaire è rimasta tutta la vita sua musa e sua diva prediletta; assieme ebbero una figlia.

Creatore dei “Ballets de Marseilles” nel 1972, Petit ha lavorato dalla Francia a Hollywood, dal Bolscioi di Mosca alla Scala all’American Ballett Theatre di New York, con Jean Cocteau, Rudolph Nureiev, Mikhail Baryshnikov, Fred Astaire, Leslie Caron (con cui girò “Papà Gambalunga”).

Assieme a Maurice Béjart, ha cambiato la faccia della coreografia nel corso di una carriera ricchissima di arte, conoscenze e innovazioni.

Nel grande teatro parigino era tornato l’autunno scorso portando tre delle sue classiche creazioni degli anni Cinquanta, “Le Rendez-vous”, “Le Loup” e “Le Jeune homme et la mort”.

Ma la reazione commossa di tutto il mondo della danza è palpabile già a pochi minuti dall’uscita della notizia.

Sono scioccata dalla sua scomparsa” ha detto, ad esempio, Eleonora Abbagnato che renderà omaggio al maestro francese proprio il prossimo 16 luglio a Cremona. Ironia della sorte, la ‘premiere danceuse’ dell’Opera di Parigi era l’interprete principale di alcuni dei suoi titoli storici tra i quali ‘Carmen’ all’inaugurazione del teatro dell’Opera di Roma in autunno, nella serata dedicata al geniale coreografo francese che è stata anche l’ultima apparizione di Roland Petit.


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