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La terza e ultima rappresentazione del ‘Nabucco’ di Giuseppe Verdi, messa in scena a Tokyo dal Teatro dell’Opera di Roma Capitale si è conclusa con un applauso lungo quasi venti minuti.

L’Opera verdiana diretta da Riccardo Muti ha siglato un altro successo della musica italiana nel mondo.
La fine della tournée della fondazione lirica romana, ha segnato il tutto esaurito nelle sei serate allestite in Giappone, incluse le tre del ‘Simon Boccanegra‘, mentre sul palcoscenico spuntavano le scritte ‘sayonara’(arrivederci) e ‘grazie’.

Quanto nel resto del mondo sia apprezzata la nostra musica e la nostra arte lo si sperimenta sempre in queste occasione e ci si domanda se  nella nostra terra  tutti capiscano davvero il grande valore di questo tesoro immenso.

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E’ possibile che non tutti abbiano compreso il significato del piccolo flash mob che alcuni colleghi artisti del coro hanno proposto ieri sera al pubblico, durante gli appalusi finali dell’opera Nabucco. Un piccolo gesto di solidarietà verso i lavoratori dell’ALCOA.

Un gruppo di bassi si è fatto avanti e, con gli elmetti previsti nel costume di scena, hanno emulato i lavoratori dell’Alcoa per ricordare la loro lotta. Averlo  potuto sottolineare in una serata in cui erano presenti tanti giornalisti, può aver contribuito a mantenere  l’attenzione su questo grande problema dei lavoratori sardi.

Per quanto riguarda la serata di ieri, dal mio punto di vista,  posso dire che è stata davvero una delle più belle opere che abbia mai eseguito. Dalla musica alle scene ed i costumi, tutto ha funzionato come previsto.

Il fuoco in scena, quello che apre l’ingresso di Nabucco, mi metteva una certa ansia, ma i nostri colleghi tecnici con una bella  squadra di vigili del fuoco  dietro le quinte hanno tenuto a bada ogni pericolo.

C’è stata poi una sorpresa che non mi aspettavo. Da quando lavoro in questo teatro, ( credo di aver fatto almeno 6 edizioni dell’opera Nabucco)  devo dire che non mi è mai capitato di non dover replicare il Va pensiero. Vabbene la crisi, che ormai paga tutto, ma il pubblico della prima, ieri, si è mostrato più freddo del previsto sin dall’inizio. Durante la grandiosa aria del coro “Gli arredi festivi” vocalmente impegnativa come la stessa scena, ha concluso con il silenzio totale, neppure un accenno di applauso. Per noi artisti ciò è abbastanza umiliante. Spero davvero che il pubblico delle  prossime recite  si riscatti!

Intanto,  prima di cominciare a lavorare, ieri sera, sono andata alla ricerca del regista Leo Muscato per farmi raccontare le sue considerazioni sull’esperienza “Nabucco cagliaritano“. Poi ho strappato un’intervista a quella che sarà l’Abigaille di questa sera: Anna Pirozzi Simaku.

La troverete più tardi in queste pagine , ho bisogno di un po’ di tempo per il montaggio perchè si tratta di una video-intervista. Però posso darvi una piccola anticipazione: Anna Pirozzi prima di fare la cantante lirica era una cantante di musica leggera nei piano-bar.

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Quattro chiacchiere con Leo Muscato

Come è nato questo tuo grandioso lavoro di Nabucco?

Il lavoro su Nabucco è cominciato diversi mesi fa, quando ho iniziato a parlarne con Silvia, Tiziano, Alessandro e Alessandra. Sin da subito è stato chiaro il COSA dovevamo raccontare. Ma il COME lo abbiamo scoperto strada facendo. Credo sia fondamentale preservare un varco che ti consenta di lasciarti andare allo stupore, farti sorprendere dalla gente che ti circonda e dalle situazioni dentro cui capiti, o che contribuisci a creare.

Come è stato l’impatto con la massa artistica del coro?

Paolo Coni e Leo Muscato

Devo dire che abbiamo  incontrato un ottimo coro, con cui è stato possibile fare un lavoro sulle intenzioni abbastanza accurato. Avevamo poi la fortuna di avere un cast eccellente, anzi un doppio cast. Ci sono stati dei momenti di pura emozione, durante le prove, quando si sono scoperti dei particolari del testo e della musica, che ci consentivano di leggere in maniera sbilenca alcune sfumature non immediatamente riconoscibili. Non solo il talento, ma anche la fragilità, l’emotività di chi si esibisce in scena, può diventare una risorsa in più su cui investire. Proteggerla, esaltarla, può in alcuni casi favorire momenti di pura autenticità in palcoscenico. E io ne ho visti parecchi in queste settimane.

Ma ogni lavoro è sempre il frutto di un percorso umano e professionale che un determinato gruppo di persone fa insieme. Il pubblico vede chi si presenta alla ribalta, ma dietro uno spettacolo come questo c’è davvero tanta gente.

Puoi raccontare al pubblico come si è sviluppata la realizzazione materiale di questo allestimento?

Tutto è stato realizzato in casa, dalle scene, ai costumi, all’attrezzeria. E quando ti capita di essere circondato da maestranze tecniche così capaci, organizzate, professionali, ed efficienti, lavorare diventa decisamente più semplice, e in alcuni casi, anche molto divertente. È per questo che l’altra sera, alla fine della prova generale aperta al pubblico, ho chiesto loro di uscire insieme a tutti gli artisti per salutare gli spettatori alla fine dello spettacolo. È stato emozionante vedere, solisti, coro, figuranti, sarte, parrucchieri, attrezzisti, macchinisti, elettricisti, maestri di palcoscenico, tutti mischiati fra di loro, senza distinzione alcuna di ruolo, prendersi per mano, andare alla ribalta e ringraziare il pubblico.

Certo, qualcuno, intimidito, se l’è svignata (senza fare nomi, Sabrina e Liana, due “colonne” del palcoscenico). Ma pazienza, pagheranno pegno!!!

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foto Priamo Tolu

foto Priamo Tolu

Segue alla prima parte

…Ecco il maestro che apre le braccia, per un attimo mi torna alla mente un film che vidi da bambina: Fantasia.

Quel maestro mi pare si chiamasse Stokosky. Strano, mi ricordo che quel film mi piaceva tantissimo e ricordo di averlo guardato più volte, eppure ho sempre pensato di detestare la musica classica! Lo avevo rimosso.

Adesso, a distanza di quasi quarant’anni  mi è tornato alla mente.

Come per la magia di quel film, anche in questo momento sento una certa emozione.

La musica comincia in sordina, tanti violini che si muovono con sincronia, con eleganza, proprio come nel film Fantasia. Mi colpiscono tutte quelle trombette e tromboni in fondo all’orchestra. Non so davvero che nomi abbiano ma chissà perchè, non immaginavo che in un’orchestra ci fossero  strumenti come quelli: trombe d’oro e trombe di legno.

I miei occhi cominciano a muoversi sul palcoscenico.

Mi piace guardare ogni singolo musicista e immaginare cosa ci sia dentro ognuno di loro. Queste persone sono   speciali , che non fanno parte della normalità nel senso buono del termine. Non riesco ad immaginare perchè uno arrivi a scegliere di fare questo lavoro così diverso, ch e oggi, posso dire affascinante.

Per un attimo ho sentito anche un po’ d’invidia. Loro sanno leggere una scrittura che per me è indecifrabile. Sanno leggere un’altra lingua che io non capisco per niente: le note musicali.

Mi colpisce la violinista alla mia sinistra dalla capigliatura particolarmente curata, sembra una scultura di mogano: bella , elegante e sicura nei suoi movimenti. Alla mia destra un musicista con un’altro chitarrone un po’ più piccolo, ma che suona da seduto rispetto al contrabasso. “Si chiamerà contrabassino?” – Non oso chiederlo alla verduraia!

Vedo che suona lanciando un occhio al direttore e un occhio al leggio.

Ad un certo punto, nel mio vagare con lo sguardo, mi accorgo che era passata quasi mezz’ora e che la musica mi stava coinvolgendo sempre più, un’emozione mai provata che raggiunge il culmine con il rumore dei piatti.

Quelli li conoscevo perchè, da piccola, mi divertivo con i miei fratelli a giocare con i coperchi delle pentole.  Mi sorge spontanea una considerazione: perchè i musicisti che suonano i piatti e i tamburoni hanno lo spartito?  Tento di chiederlo alla mia amica che mi fa segno di star zitta.

Vabbè, glielo chiederò dopo. “Ma non sarà mica  che mi sto innamorando della musica classica?”

Ecco che ancora la musica, diventa nuovamente intensa, sempre più intensa  fino a vibrarmi dentro e poi, improvvisamente si interrompe. Silenzio improvviso ed io, presa dall’entusiasmo, esplodo in un applauso deciso, stoppato dalla mia amica e dagli sguardi inorriditi dei vicini.

“Beh? Che ho fatto? ” Cos’è, non si applaude?

“No, Anna, no, non si applaude fra un tempo e l’altro!” – Mi ha detto la mia amica.

“Ma scusa, non me lo potevi dire prima? Mi hai fatto fare una figura da scema!”   Per non parlare della faccia della verduraia che ridacchiando ha avuto il coraggio di toccarmi le spalle per farmi interrompere l’ applauso. Mi sono girata e, per non sputarle in un occhio, le ho sorriso a denti stretti.

Però lui, proprio lui, il direttore d’orchestra mi ha nuovamente guardata a causa del mio applauso inopportuno, e   mi ha anche fatto l’occhiolino.

Che emozione!! Ormai ero cotta! Non credevo che ci si potesse innamorare di due persone contemporaneamente: la musica e il direttore.

Sottovoce, ho domandato alla mia amica se, alla fine del concerto si usa  ancora andare a chiedere l’autografo in camerino. Mia zia mi raccontava che i cantanti, anticamente, ricevevano le persone in camerino dopo lo spettacolo, e regalavano l’autografo con la foto. Volevo  anche io quella col direttore!!

Lei mi ha risposto che si poteva. Adesso avevo un’altro scopo alla fine del concerto, oltre naturalmente quello di andare in pizzeria.

“Ma il coro, questo grande coro schierato dietro l’orchestra, quando canta?” Sono entrati, si sono seduti e sono rimasti impalati per un sacco di tempo.

Ma dopo  un’altra pausa (ma non ho applaudito), ecco che entrano quattro cantanti. Mi hanno detto che una di loro è sarda. Ero curiosa di sapere se avrebbe fatto bella figura. Tanto non ne capivo nulla, per me poteva pure stonare che mi sarebbe andato bene. Ormai di questa Nona di Beethoven mi piaceva tutto.

Ad un certo punto la musica ricomincia, sempre più intensa e, come per incanto, il coro improvvisamente   si alza, tutti insieme. Ooh, finalmente!

Appena il coro comincia a cantare, non so cosa sia successo, ma ho cominciato a tremare, una cosa stranissima, un’emozione mai provata e poi,  mi sono scese le lacrime. Non volevo, non capivo perchè. Più non volevo e più mi scendevano. Questo canto lo conoscevo anche io! Ma dove l’avevo sentito? Troppo bello. Si, ora ricordo, era forse per qualche Olimpiade, in  televisione.

“Che emozione!!” Ma come potevano tutte queste voci cantare così in alto e così bene? Orchestra, coro, solisti, direttore tutto girava nella mia testa, mentre le lacrime mi rigavano il viso. La mia amica mi guarda  e non capisce .

“Stai bene?” Mi ha domanda . Le ho fatto cenno di si, e poi le sussurro che mi era andata un po’ di polvere in un occhio.

Alla fine però, ho applaudito con tutte le mie forze anche se non ero sicura di poterlo fare. Le mani si muovevano da sole, mi sono alzata in piedi gridando “Braviiii!!”- e lui, il direttore, mi guarda , mi sorride , e mi sembra  anche che mi stia dicendo qualche cosa. Forse mi sta invitando ad andare in camerino.

Ho sempre saputo d’essere una donna affascinante, anche se non particolarmente alta. Gli uomini non mi sono mai mancati, ero certa che se ci fossi andata ci sarebbe uscito un invito a cena. Lo sentivo. Non vedevo l’ora di potergli dire quanto fosse bella la serata appena trascorsa; che avevo sempre amato questa musica meravigliosa e che lui oltre che essere bravissimo era anche bellissimo.

Alla fine degli applausi, mi sono alzata e mi sono fiondata verso l’uscita domandando alle hostess se  potevo raggiungere il camerino del direttore. Me lo hanno impedito. Perchè? Avrei voluto rispondere che il direttore mi stava aspettando , ma forse non mi avrebbero creduto.

Allora ho detto ai miei amici che volevo andare ad aspettarlo all’uscita e loro mi hanno seguito. Peccato che anche altri avevano avuto la mia stessa idea. No, la verduraia no, per mia fortuna. Non so cosa avrei fatto se me la fossi ritrovata vicina pure lì!

All’uscita degli artisti c’era la calca. A fatica mi sono fatta un varco fra la gente e sono passata avanti a tutti. Mi piaceva     vedere tutti quei volti che poco prima avevo visto sul palcoscenico. Il primo violino corpulento, la violinista dai capelli scolpiti, il musicista col chitarrone su una spalla, gli artisti del coro. Li riconoscevo tutti man mano che uscivano, ma di lui neppure l’ombra. “Lo aspetterò! “- ho detto ai miei amici. Loro hanno cominciato a prendermi per matta.

Poi, dopo quasi mezz’ora d’attesa, eccolo!

“Maestro, maestro, sono qua!” Lui mi guarda, mi sorride, ma non come quando era in palcoscenico, anzi, forse non sorrideva neppure a me, ma a chi stava dietro di me. Mi giro, e vedo una stanga, una specie di modella norvegese biondo platino, che tiene  per mano un bambino. Li ho riconosciuti. In platea erano seduti davanti a me, ma non li avevo visti in faccia.

“Maestro un autografo me lo rilascia?” – Lui non mi ha neppure risposto. Si è avvicinato al taxi ed ho sentito che diceva:

“Mia moglie e mio figlio siedono nel sedile posteriore, mentre io preferisco sedermi davanti perche soffro il mal d’auto.”

Seguo tutto con gli occhi stupiti e increduli.

Questo sogno si stava concludendo così, semplicemente così, ma dentro di  me ho sentito che stava nascendo un nuovo amore: La Musica

….liberamente ispirata ad una storia vera

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funeraletrisquaEra appena sceso il sipario sul balletto Schiaccianoci che il pubblico si accingeva ad applaudire i grandi ballerini di Riga quando, dal fondo della platea, si sollevava un urlo disumano che bloccava l’entusiasmo degli spettatori: “Hanno ammazzato il nostro teatro!!!”
La gente angosciata si è girata alla ricerca dell’origine di tale grido e noi, vestite di nero con i volti coperti da un velo, simulavamo un vero e proprio funerale alla cultura.
Schierati davanti al palcoscenico abbiamo cominciato una sorta di pianto greco accompagnati dagli studenti universitari.

Il pubblico ci appaudiva, in piedi, come tante volte aveva fatto alla fine dei nostri grandi spettacoli quando l’emozione ci attanagliava dopo una estenuante recita, magari di Nabucco, Traviata,Rigoletto.
Ieri il pubblico ci applaudiva invece  per sostenerci in questo momento drammatico che tutto il mondo della cultura sta vivendo.
Gli studenti universitari al nostro fianco, ci hanno ringraziato per aver provato anche loro questa grande emozione e soprattutto  per aver dato loro l’opportunità di far sentire anche la loro voce.
Alla fine dello spettacolo, nel foyer, abbiamo ricreato la stessa atmosfera, e mentre il pubblico si dirigeva verso l’uscita, noi, come delle prefiche (interpretate tante volte in palcoscenico) intorno alla bara del Teatro Lirico di Cagliari, ci disperavamo. Il collega Lo Cicero gridava ad alta voce :”Stanno ammazzando la cultura, il nostro teatro, l’università”, e noi rispondevamo imitando una vera e propria veglia funebre.


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