Erano in corso molti lavori del nuovo teatro, tante sale dovevano essere ancora  ultimate e con esse tutte le vie d’accesso. Le uniche libere erano quelle che portavano direttamente dai camerini al palcoscenico.
Ogni passaggio, soprattutto sotterraneo era ancora un cantiere.
Moltissime porte interne ed esterne non avevano maniglie e quando si chiudevano da un lato chi era fuori non poteva rientrare.
Io e la mia mania di fotografare tutto!

Volevo impegnare il tempo libero tra un atto e l’altro dello spettacolo in corso, fotografando le ultime migliorie apportate allo stabile fra i più grandi e nuovi della nostra Italia. Un orgoglio per tutti i sardi .
Il primo atto era finito e noi del coro avevamo già fatto il cambio d’abito quando, guardando l’orologio ho notato che avevo a disposizione circa 15 minuti per il mio reportage fotografico. Durante la pausa sono in tanti che escono dai camerini verso l’esterno teatro: chi per fumarsi una sigaretta e chi semplicemente per prendere una boccata d’aria, quindi ero tranquilla.

Mi sono inoltrata in un’area sicura anche se deserta, con l’intento di rientrare dopo  qualche minuto. Ma le novità da fotografare erano tante e poter documentare quello che a breve si sarebbe trasformato per sempre mi incuriosiva molto. Ho perso il senso del tempo e soprattutto dell’orientamento.
Quando sono risalita non sentivo  più nessuno.
Evidentemente dagli altoparlanti la direttrice di scena aveva annunciato il nuovo ingresso in palcoscenico ma io,essendo all’esterno, non lo avevo sentito. Adesso però non riuscivo a trovare più neppure una porta con maniglia esterna.
Stava cominciando a salirmi il panico. Poi mi sono ricordata che giù, nei sotterranei, avrei trovato una porta che ancora non aveva la serratura antipanico. Cercandola mi sono inoltrata in uno di quei corridoi bui pieni di calcinacci che sicuramente mi avrebbero riportata all’interno.
Nulla , assolutamente nulla. Avanzando e girando ho perso completamente il senso dell’orientamento e l’angoscia era ormai alle stelle. Mi stava mancando il fiato.
E’ impossibile che non ci sia una via d’uscita!

Ho deciso di fidarmi del mio udito. Ero certa che prima o poi avrei sentito qualche vocalizzo o l’accordatura di qualche strumento.

Nulla di tutto ciò. Silenzio totale. Ma dove ero finita?

Quel corridoio, che inizialmente mi pareva di conoscere, non c’era più. Era un vicolo cieco: una vera trappola.
Ho cominciato a chiamare qualcuno. Magari avrei trovato un attrezzista o un macchinista. Non c’era nessuno, il buio, e ogni tanto qualche luce fioca d’emergenza. L’odore forte della calce stava cominciando a stordirmi. Le mie richieste d’aiuto sono diventate pian piano delle vere urla disumane (forse così ho gridato solo durante il parto). Allora ho cominciato a piangere e a correre da una parte all’altra di questo lungo corridoio.
Ma le porte dove sono? Dove sono!!!” Gridavo.
Ma ecco che quasi all’improvviso, si sente un vocalizzo. Era lei, siii era lei la protagonista dell’Opera! Ho cercato di chiamarla ma…perchè non mi sentiva? Forse era una mia  illusione?
Cerco di seguire quel suono ed ecco finalmente vedo una scala nuova  ed un ascensore. No, quello non l’ho preso per la paura che mi portasse in un nuovo labirinto. Decido di salire a piedi. Noooo, la scala era chiusa!! Sulla destra un’apertura ad una nuova sala. Mi è preso un colpo nel vedere tutta una serie di ombre alte. Ho chiamato qualcuno ma poi ho capito che erano le custodie dei contrabassi. Però era già un segno di vita. Se lì c’erano le custodie, presto avrei trovato almeno la sala dell’orchestra. Infatti a breve, girando l’angolo mi sono ritrovata nell’andito antistante i camerini.

Finalmente!!

Dopo qualche minuto ecco le voci dei colleghi che uscivano di scena. Rientravano commentando lo spettacolo appena concluso.
Ma quanto tempo era passato? Sicuramente almeno 3 quarti d’ora.
Nessuno aveva notato la mia assenza? No, anzi..si  la mia compagna di scena, preoccupata mi viene incontro.
“Cosa ti e successo? Sei pallida e il trucco è sfatto. Come mai non eri in scena?
Ho tentato di spiegarglielo ma non riuscivo a parlare, non mi usciva la voce! Cosa mi stava succedento?

Poi…mi sono svegliata. Un incubo da mal di testa questa notte mi ha fatto vivere una situazione simile ad una che avevo vissuto realmente. Quella volta però avevo trovato subito la porta giusta.

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One Response to “I corridoi”

  1.   ottavia esu Says:

    Brutto incubo,
    spero che ora le porte non siano chiuse con i lucchetti. Comunque complimenti, un bel racconto.

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