Roma: CORSO ECM VMS, Vocal Music System, CON UGO CESARI E LORETTA MARTINEZ
Il corso si propone di fornire gli elementi indispensabili per una corretta e completa valutazione del disturbo vocale, con particolare riguardo ai professionisti della voce, nonché di spiegare, e di individuare un percorso tecnico oggettivo per chiunque utilizzi la voce. A tal fine si descriverà un modello anatomico semplificato che definirà le singole strutture dell’apparato vocale utili da riconoscere e controllare . Verranno poi presentati degli esercizi mirati alla produzione di tutti i timbri utilizzati nel canto moderno e si delineerà un percorso tecnico sulla base delle diverse tessiture ed esigenze stilistiche, che comprende anche chi usa la voce in maniera professionale ma non per cantare.
Loretta Martinez Studia canto lirico, jazz, musica moderna a Milano e in Usa (Berkeley school Boston). Ha insegnato il metodo EVT ideato da Jo Estill .Responsabile dell’associazione VMS Italia, parte dallo stesso EVT, crea un proprio metodo di insegnamento del canto che unisce le competenze acquisite attraverso la tecnica di Jo Estill, l’esperienza maturata in campo musicale, che è diventato il suo unico approccio allo studio del canto e della voce parlata durante le sue lezioni e i suoi stage .
Ugo Cesari, Foniatra,Professore Aggregato nell’ Università Federico II, Consulente dell’Ente Lirico SanCarlo di Napoli, Membro del COMET (Collegium Medicorum Teatri), organismo preposto al trattamento dei soli cantanti professionisti, è autore di numerosi studi sull’inquadramento clinico delle patologie della voce artistica.
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Nel ricordo terribile di quegli avvenimenti, le parole contano poco, ciò che dobbiamo fare è non dimenticare affinchè non si ripetano
Io voglio ricordarlo con una preghiera: per l’esattezza con dei salmi, i Chichester Psalms di Leonard Bernstein. E’ la seconda volta che canto in lingua ebraica, e sempre con questi meravigliosi brani che saranno presentati dal coro e dall’orchestra del Teatro lirico di Cagliari il 3 e il 4 febbraio in occasione della Stagione Sinfonica 2012.
I “Chichester Psalms” furono composti da Leonard Bernstein per l’edizione del 1965 del Festival musicale della Cattedrale di Chichester, sede di un’antica tradizione di musica vocale e per organo.
La composizione è formata da tre brani il cui testo, in lingua ebraica, è costituito da vari Salmi appunto, che cantano la fiducia in Dio del popolo di Israele e la gioia di chi sa che il suo Dio non lo abbandonerà mai. L’impatto emotivo che la musica è in grado di produrre è straordinario e coinvolgente, grazie alla bellezza delle melodie. La gamma di emozioni va dall’esplosione quasi caotica della prima composizione alla tenerezza struggente della melodia solista della seconda, interrotta da un incalzante irrompere del coro maschile che condanna i potenti che si levano contro Dio, fino all’arcano fascino della melodia finale (Salmo 133), che esprime la felicità del vivere insieme tra fratelli.
Lettera indirizzata al Ministero dei Beni Culturali
Oggetto: Legge Bondi e circolare Nastasi sull’azzeramento totale dei permessi artistici.
Grazie, grazie, grazie!!!
Grazie per l’annullamento totale dei permessi artistici che di fatto mi sequestra nel posto di lavoro 24 ore su 24.
Grazie per non poter cantare nemmeno alla messa della domenica…
Grazie per non poter più dare qualche ora di musica liberamente e gratuitamente fuori dall’orario di lavoro…
Grazie per non poter dirigere più il coro amatoriale che da 15 anni si fidava delle mie capacità e dentro il quale ero cresciuto fin da bambino…
Grazie per non poter più gioire di chiamate da teatri internazionali che credono in me…
Grazie per aver fatto in modo che i miei studi e i miei sacrifici fossero vani…
Grazie per non poter più eseguire ruoli solistici durante le ferie o fuori orario di lavoro, che mi consentivano di mantenere alto il livello artistico e vocale delle mie esecuzioni, almeno nelle mie intenzioni…
Grazie per non poter dare lustro al teatro in concerti per conto di associazioni che mi cercavano proprio per la garanzia di professionalità e dove fieramente potevo portare il nome del teatro…
Grazie per non dare possibilità ad un aggiunto di lavorare qualche mese al posto mio e a costi inferiori per il teatro…
Grazie, grazie e ancora grazie…
Secondo voi con quale entusiasmo presterò la mia voce, con quale impegno cercherò di essere all’altezza della situazione?
Senza speranza, senza obiettivi, senza volontà…
Ecco, quei pochi che ancora credevano di poter essere una risorsa per il teatro ed il Paese saranno ora rimessi al loro posto e in grado di non nuocere.
Grazie Bondi, grazie Nastasi e grazie a tutti coloro i quali hanno avvallato questa legge porcheria.
Sarete nei miei pensieri alle prossime elezioni, ma lo eravate già dal 94 e non erano certo pensieri piacevoli. Peccato non se ne sia avverato nemmeno uno…
C’è tempo fino al 31 marzo per presentare un cortometraggio di 15 minuti al concorso Your Film Festival 2012 per premiare i migliori video provenienti da tutto il mondo che avranno poi una vetrina all’interno della prossima Mostra del Cinema di Venezia, dal 29 agosto all’8 settembre.
Il concorso è un’iniziativa di YouTube in collaborazione con Emirates, la Biennale di Venezia e la Scott Free Productions, la casa di produzione del regista di Blade Runner. I film maker devono presentare un cortometraggio di 15 minuti e caricarlo sul sito www.youtube.com/yourfilmfestival dal 2 febbraio e fino al 31 marzo. Dopo la selezione di una rosa di 50 semifinalisti su YouTube, la community di tutto il mondo voterà i 10 finalisti il cui corto sarà mostrato al pubblico durante la 69° Mostra del Cinema (29 agosto – 8 settembre 2012).
A Venezia una giuria d’eccezione eleggerà il vincitore assoluto che si aggiudicherà un premio di 500 mila dollari per la realizzazione di una nuova opera prodotta dalla Scott Free Films.
“Your Film Festival è un ulteriore esempio della nostra volontà di collaborare con grandi talenti in tutto il mondo”, dichiara Robert Kyncl, Global Head of Content YouTube.
“Ho iniziato la mia carriera 50 anni fa proprio con la regia di cortometraggi e sono molto felice di poter essere d’aiuto a nuovi registi che cercano un’occasione per entrare a tutti gli effetti in questo settore”, dice Ridley Scott.
“Siamo lieti di svolgere un ruolo d’avanguardia e che il mondo intero possa partecipare al festival”, comenta Alberto Barbera, neo direttore della Mostra del Cinema di Venezia.
Oggi nuovo presidio dalle ore 9,30, i lavoratori e gli operatori dello spettacolo sardo sono riconvocati in mobilitazione sotto il palazzo del Consiglio regionale della Sardegna in via Roma a Cagliari).
Saremo tutti li, per mostrare la nostra indignazione per i tagli alla cultura. Mi rendo conto che i presidi oramai sono poco “originali” ma è palese il fatto che è necessario dare un segnale. Il settore dello spettacolo in Sardegna produce 3000 mila buste paga l’anno che costano all’erario 5000 mila euro l’una….conservare questo status non è rubare, ma soppravivere. Pertanto se GLI OPERAI della Alcoa, ai quali va il mio rispettoso saluto, hanno diritto di lottare ed essere ascoltati, anche noi dobbiamo essere presi sul serio.
Meno atteggiamenti punitivi da parte degli uffici; non siamo tutti ladri, TUTTAVIA NON SIAMO commercialisti, più velocità nell’espletamento delle pratiche; è assurdo aspettare due anni e mezzo per evadere una pratica, finanziarie blindate, piani triennali, utilizzo della legge 18 che giace immobile poichè evidentemente non piace a qualcuno, revisione totale del diritto al contributo: in Sardegna non ci sono compagnie al livello di Sosta Palmizi e neppure importanti come la Fura del Baus, ma convivono ottimi artigiani che hanno diritto di potersi esprimere con la giusta dignità; ma non di pagarsi una regia 40 mila euro.
Decentrare la cultura. In questi ultimi anni, l’80 per cento delle risorse è stato speso nelle città di Cagliari Sassari e Nuoro. Bisogna incoraggiare la produzione sopratutto dei giovani, o meglio, anche dei giovani; le cifre ci parlano del 70 per cento delle risorse spese per circuitare opere di altri che vengono da fuori . Considerare eccellenze non chi porta molto pubblico, ma chi porta molte idee, il che ribalterebbe il concetto di produzione rispetto a chi crea eventi. Chi crea eventi sia finanaziato in parte, il resto sia autofinanziamento.
E poi bisogna punire chi produce passivi: se ricevi 100, non puoi spendere 50000 e pretendere che ti paghino il passivo. I passivi siano a carico dello Stato e non delle Regioni. Costringete i Comuni che hanno speso per realizzare centinaia di teatri a concedere residenze ai gruppi teatrali che non hanno uno spazio; sono stati spesi milioni di Euro per realizzare queste cattedrali nel deserto, o si mettono in attività o siano denunciate le giunte che li hanno fatti costruire per falso.
Per concludere, non siano più dati soldi pubblici dello spettacolo di alcun genere a strutture filodrammatiche, che, non pagando enpals irpef inps nascoste nel loro essere onlus, fanno pagamenti in nero creando turbative di mercato serie, poichè possono proporsi svendendo il loro prodotto amatoriale generando confusione a livello economico e culturale.
Dulcis in fundo: MESSAGGIO AI FUNZIONARI DELLA REGIONE_ Smettere di sparare sul mucchio!! I miei colleghi sono tutti impegnati a sopravvivere! Se anche capita di fare un errore nel bilancio bisogna aiutarli e non punirli, nessuno si vuole rovinare la vita per mille euro!
I NOMI DI CHI HA RUBATO, DI CHI HA MILLANTATO, DI CHI SI è COMPRATO CASE CON I SOLDI PUBBLICI, DI CHI HA USATO LA POLITICA DI BASSO CABOTAGGIO PER FARE DEL MALE A TUTTO IL SETTORE, DI CHI HA APPROFITTATO DELLA BONTA’DEI SARDI PER FARSI I CAVOLI SUOI, DI CHI ” RUBA” ,SI CONOSCONO BENISSIMO.
FATE IN MODO CHE SIAMO LORO A DOVERSI GIUSTIFICARE, e non prendetevela con le piccole strutture. ECCO I NOSTRI PROGRAMMI. amen.
I contributi per circuiti, festival, rassegne teatrali e musicali
CAGLIARI 18 GENNAIO 2012 – L’Assessorato della Pubblica istruzione informa che a partire dal 1° febbraio 2012 è possibile presentare le domande per la concessione dei contributi per circuiti, festival, rassegne teatrali e musicali organizzati da soggetti privati previsti dalla legge regionale n.1 del 1990 art. 56.
I contributi possono essere concessi a favore di enti ed organismi privati operanti nel campo del teatro e della musica, e devono essere destinati alla attuazione di programmi annuali o stagionali di danza, musica e teatro, riguardanti la produzione e la distribuzione di spettacoli rappresentati in luogo pubblico o aperto al pubblico del territorio regionale. Le attività devono essere svolte essenzialmente senza scopo di lucro e devono avere carattere di stabilità e continuità.
Il termine ultimo per la presentazione delle domande è fissato nelle ore 13.00 del 15 febbraio 2012.
Dal 16 febbraio e fino alle ore 18 del 28 febbraio potranno essere presentati i rendiconti relativi all’attività 2011 utilizzando la modulistica predisposta dall’Assessorato e pubblicata tra gli allegati.
Un altra scure è caduta sul collo di noi musicisti ed è quella di non poter più portare la nostra arte fuori orario di lavoro. Pensate a tutti quei concerti mirati alla raccolta di fondi per iniziative benefiche, per ricerche mediche o anche semplicemente la possibilità di diffondere la musica in quei centri regionali laddove è impossibile arrivare con tutte le masse artistiche di un teatro per questione di spazi e sicurezza.
Ebbene , tutto questo non ci sarà più.
Oltre il danno anche la beffa!
Si tagliano i fondi alla cultura e non si permette ai musicisti di fare musica extra orario di lavoro anche gratuitamente.
Sono veramente indignata!
La legge Bondi è nata proprio con la mira di far sparire ogni forma culturale.
Lascio a voi qualunque considerazione rimandandovi alla lettura della Circolare Nastasi che troverete nel blog dei lavoratori del Teatro lirico di Cagliari al seguente link.
27 gennaio 1945 – GIORNO DELLA MEMORIA
ciclo di letture ad alta voce a cura di Gaetano Marino
In occasione del’ anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz
Oggi inizia un programma di letture presso biblioteche, centri sociali e scuole di alcuni comuni della Sardegna.
Attraverso immagini, suoni e parole Gaetano Marino racconterà la Shoah con storie cariche di significato e di emozioni che sottolineano, con l’intensità dei ricordi d’infanzia, la drammaticità del male e la luce della speranza viste con gli occhi dei bambini e dei ragazzi. Frammento delle storie
“Dal 1933 al 1945 sei milioni di ebrei, della mia gente, furono sterminati. Io no. Io sono nata intorno al 1944. Non so esattamente quando. Non so neanche il mio vero nome. Non so da dove vengo. Non so se avevo fratelli o sorelle L’unica cosa che so, è che avevo solo pochi mesi, quando fui strappata all’olocausto… Nel suo viaggio verso la morte, mia madre mi scaraventò dentro la vita”.
Tratto da La storia di Erika di Ruth Vander Zee e Roberto Innocenti, edizioni la Margherita
Le Nazioni Unite hanno proclamato il 27 gennaio di ogni anno – anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz – come l’annuale Giornata Internazionale di Commemorazione per onorare le vittime dell’Olocausto, esortando gli Stati Membri a sviluppare programmi educativi per non far dimenticare alle generazioni future il ricordo della tragedia e per impedire che ciò accada nuovamente. La celebrazione della Giornata Internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto 2012 avrà come tema “I bambini e l’olocausto”.
Le Nazioni Unite intendono ricordare il milione e mezzo di bambini ebrei deceduti a causa dell’olocausto, insieme alle migliaia di bambini Rom e Sinti, disabili e molti altri, che hanno sofferto e sono morti per mano dei nazisti e dei loro collaboratori. Alcuni bambini sono riusciti a sopravvivere nascondendosi, altri sono fuggiti in zone sicure prima che fosse troppo tardi, mentre molti altri sono stati usati come cavie per esperimenti medici o sono stati inviati nelle camere a gas al loro arrivo nei campi di concentramento.
Il tema di quest’anno, che vuole sottolineare l’impatto che le violenze di massa hanno avuto sui bambini, ha importanti conseguenze per il 21° secolo.
Ecco i comuni coinvolti nel progetto: Cagliari: biblioteca provinciale dei ragazzi e libreria Murru, Masainas: centro sociale giovani e scuole, Simaxis: sala multimediale e scuole, Dolianova: scuole medie, Quartu Sant’Elena: biblioteca comunale ragazzi e nelle biblioteche comunali di Borore, Bolotana, Silanus, Sindia, Macomer e Bortigali.
La Petite messe solennelle fu scritta per dodici cantanti, di cui 4 solisti, 2 pianoforti e un armonium.
Rossini la volle anche orchestrare, nel 1867, sia perché spinto da più parti ma, soprattutto, ritenendo che se l’orchestrazione fosse stata fatta da qualcun altro musicista dopo la sua morte, l’opera non avrebbe avuto quella caratteristica per cui la scrisse.
Al riguardo, sulla partitura tenne a precisare:
« “Petite messe solennelle”, a quattro parti, con accompagnamento di due pianoforti, e di un armonium. Composta per la mia villeggiatura di Passy (nota: località presso Parigi). Dodici cantori di tre sessi, uomini, donne e castrati, saranno sufficienti per la sua esecuzione. Cioè otto per il coro, quattro per il solo, in totale di dodici cherubini: Dio mi perdoni l’accostamento che segue. Dodici sono anche gli Apostoli nel celebre affresco di Leonardo detto La Cena, chi lo crederebbe! Fra i tuoi discepoli ce ne sono alcuni che prendono delle note false! Signore, rassicurati, prometto che non ci saranno Giuda alla mia Cena e che i miei canteranno giusto e con amore le tue lodi e questa piccola composizione che è, purtroppo, l’ultimo peccato della mia vecchiaia. »
(Gioachino Rossini, Passy, 1863)
Dopo che il lavoro fu terminato, scriveva nel manoscritto in calce all’Agnus Dei:
« Buon Dio, eccola terminata questa umile piccola Messa. È musica benedetta quella che ho appena fatto, o è solo della benedetta musica? Ero nato per l’opera buffa, lo sai bene! Poca scienza, un poco di cuore, tutto qua. Sii dunque benedetto e concedimi il Paradiso. » (Gioachino Rossini, Passy, 1863)
Ecco dunque che la Petite messe può essere considerata il testamento spirituale di Rossini, forse già presago della sua prossima morte.
La Stagione concertistica 2011-2012 del Teatro Lirico di Cagliari prosegue,
venerdì 20 gennaio 2012 alle 20.30 (turno A) e sabato 21 gennaio 2012 alle 19 (turno B), con uno dei capolavori assoluti della letteratura sacra ottocentesca: la “Petite Messe solennelle per soli, coro e orchestra” di Gioachino Rossini, nell’esibizione dell’Orchestra e Coro del Teatro Lirico, guidati dall’esperto Filippo Maria Bressan. I ruoli solistici sono affidati al soprano Elisabetta Scano, al mezzosoprano Clara Calanna, al tenore Kenneth Tarver e al basso Ugo Guagliardo. Il maestro del coro è Marco Faelli. (foto Priamo Tolu)
Sotto il video dell’Agnus dei eseguito dalla collega Margherita Pinto e dal nostro coro nella versione per pianoforti ed organo
Con grande dispiacere ieri mattina, davanti al Teatro dove lavoro, è stato trovato un nostro manifesto di protesta sfregiato con frasi offensive verso noi lavoratori.
Non so chi possa averlo fatto. Sicuramente una persona (o chi per lui) molto ignorante e menefreghista di tutto ciò che sta accadendo al nostro posto di lavoro. Una persona che non ha capito nulla, che non ha capito che noi lavoratori stiamo lottando ormai da anni contro una malagestione che ha portato il Teatro Lirico verso il baratro.
Una malagestione che stiamo pagando in prima persona (pur senza colpe), con stipendi decurtati da ciò che ci spetta secondo il nostro contratto nazionale, e da scioperi per poter far sentire la nostra voce.
Tante famiglie stanno rischiando di rimanere in mezzo alla strada se non si interviene in maniera decisa.
Perchè c’è ancora chi è convinto che la nostra lotta sia un modo per non lavorare? Perchè ci si offende con parole irripetibili? Certo che la persona in questione deve avere un cervello molto elastico e soprattutto una grande cultura che lo porterà in alto nella vita. Forse difende quel mondo dorato fatto di reality e festicciole e artisti fasulli? Quel mondo dove la cultura è sotto i piedi tanto da favorire la manipolazione dei cervelli?
Il grande Pablo Picasso la disse giusta in questa frase: “L’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità”
NOI vogliamo lavorare e lo gridiamo a gran voce!!
Ma vogliamo farlo bene, vogliamo che il teatro della nostra regione non muoia ma che porti ancora, gioia, svago, emozioni e ,tanta cultura aprendo sempre più le nostre menti contro chi invece vorrebbe chiuderle.
Tony si fa spingere verso un cespuglio di oleandro che sta sul marciapiede che a sua volta fa parte del campo.
Il campo è delimitato lateralmente dai muri delle case. Il pallone è fuori quando tocca i muri. Semplicissimo.
Andrea pressa Tony e la palla si impiglia nell’oleandro. Fammi uscire, dice Tony.
Questa era una regola sacrosanta.
Il giocatore che finisce con la palla in un cespuglio, arbusto o qualsiasi ostacolo normalmente non previsto in un normale campo di calcio, non deve essere ostacolato nel suo tentativo di uscire da tali incresciose situazioni.
Sicuramente una regola del genere sarebbe stata inserita anche nel regolamento ufficiale della F.I.G.C. se qualsiasi tipo di vegetazione più alta di qualche centimetro avesse avuto la possibilità di svilupparsi indisturbato all’interno di un qualsiasi campo di calcio regolamentare.
Andrea, quindi, lascia a Tony il tempo di districarsi, ma appena il gioco riprende gli ruba la palla con abilità.
Io arrivo per raccogliere i frutti del lavoro di Andrea, che deve passarmi la palla (sono più grande di lui ed anche capitano).
Andrea mi da la palla, Tore arriva a difendere ma è tardi. Tiro, e Giovanni para.
Giovanni rilancia, ma non degna neppure di uno sguardo Tony, che prima si è fatto fregare il pallone, e passa direttamente a Tore. Tutti addosso a Tore, che però e bravo e scarta anche Mario. Io sono rientrato in porta. Tore calcia verso la porta e il pallone va verso l’alto. Gol, dicono loro, alto diciamo noi.
Alto è ancora peggio di palo, perché la traversa non è nemmeno accennata. La traversa è il frutto di purissima immaginazione, e anche in questo caso ognuno vede la traversa esattamente all’altezza che gli pare e piace.
Si va a occhio, e ognuno ha il suo.
Chi difende dice che è il tiro alto, chi attacca dice che sei tu che non ci sei arrivato.
Carlo Sassi il moviolista a questo punto rassegnerebbe le sue dimissioni.
Facciamo garbatamente notare che ci hanno assegnato un accidenti di palo che non c’era, ma ci rispondono che il rigore era inesistente e ce l’hanno regalato. Riusciamo a non litigare più di tanto e a decidere democraticamente che è gol.
Uno a zero per loro. La prossima volta stendo l’attaccante prima che tiri. Mira alle gambe e non alla palla, mi dico.
Pallone a Mario, che parte solo con tutto il codazzo di avversari e compagni. Azione magistrale.
Non lo ferma nessuno.
Davanti a Giovanni molla una bomba col sinistro che passa rasoterra in mezzo alle gambe del portiere.
Non si può discutere. E’ gol ed anche centrale. Uno pari.
La partita continua così, più o meno con un gol per parte e si va avanti fino ad un nove a otto, fermandosi, di tanto in tanto, per far passare le poche auto che invadevano il campo.
Allora è fermagioco (o fermogioco) e la partita si congela nella situazione del momento in cui passa l’auto.
Se è possibile, non ci si toglie dalla strada ma sono le auto che devono evitarci. Il campo è nostro, mica loro.
Qualcuno a volte fa il furbo e al fermogioco fa finta di non sentire per guadagnare posizioni più favorevoli, ma spesso viene smascherato.
Ma è su un undici pari che avviene uno dei fatti che possono portare forzatamente alla fine delle ostilità.
La palla, per una scarponata di qualcuno, finisce su un albero di acacia che purtroppo si trova spesso a disturbare le partite in quanto il comune ha avuto la bella idea di mettere queste piante sui marciapiedi che, incidentalmente, vanno a far parte dei nostri campi di gioco.
Il problema è che questi alberi hanno delle spine piuttosto robuste a cui la gomma dei nostri palloni non sempre riesce ad opporre resistenza.
Quando la palla finiva fra i rami dell’acacia in gioco, a volte scendeva di sua iniziativa, ma a volte restava incastrata ad altezze difficilmente raggiungibili e il dubbio atroce era sapere se era semplicemente incastrata oppure era stata infilzata da una maledettissima spina che ne impediva la naturale discesa. Se era spina erano guai.
Il primo tentativo di recuperare il malcapitato pallone si faceva lanciandogli contro dei sassi.
Il sasso era un attrezzo e un’arma sempre disponibile, ma pare sia in via di estinzione perché da anni se ne vedono sempre meno. Quelli che non si vedono più per niente sono i ragazzini che giocano per strada, perciò il sasso fortunatamente ha perso la sua utilità: il pallone non va sugli alberi perché alla scuola calcio o nella X-Box i campi sono privi di tali inutili orpelli, le armi si selezionano con l’apposito tasto, le fionde non hanno più motivo di esistere e i pinoli non si mangiano più.
Addio, sassi sorgenti dalle strade ed elevati al cielo…
Il recupero del pallone incastrato fra i rami di acacia mediante lancio di sassi era un’operazione che aveva diversi effetti collaterali: se il pallone, colpito, non scendeva subito si proseguiva coi lanci di pietre che, rimbalzando sulla gomma della sfera, prendevano direzioni imprevedibili e potevano, di volta in volta, colpire uno dei giocatori, colpire le auto che proprio in quel tragico momento avevano deciso di passare tutte insieme, colpire qualche auto parcheggiata che non si sapeva perché l’avevano messa proprio lì sotto l’albero o, peggio ancora, colpire qualche finestra delle case che delimitavano la linea di fallo laterale.
Se il pallone scendeva abbastanza presto si riprendeva a giocare, altrimenti si doveva fare scaletta al più leggero di noi che avrebbe smanacciato o abbrancato il pallone imprigionato.
Il più leggero era Tony, ma era vestito bene e non poteva arrampicarsi.
Perciò toccava ad Aldo, appena meno leggero di Tony, ma vestito con la divisa d’ordinanza.
Scaletta con le mani, Aldo prende il pallone e, se si stacca, tutto a posto. Se non si stacca bisogna tirare, e se tirando si libera la palla e si sente un sibilo allora la spina ha colpito.
Il pallone in pochi minuti diventa una vescica molle e la partita finisce lì, a meno che non ci sia il tempo di procedere con la riparazione dell’oggetto della contesa.
La riparazione è una procedura che merita un discorso a parte, ma in breve si può dire che serviva un coltello, o un qualsiasi oggetto piatto di metallo, e la possibilità di accendere un bel focherello.
Per comodità narrativa diremo che quella volta non ci fu spina e la partita riprese con le solite modalità.
I falli e i “metti punizione” conseguenti si susseguivano al pari dei gol, nuove croste foderavano le nostre ginocchia e spesso ci si accapigliava per una decisione arbitrale non condivisa.
L’unico fallo che non si commetteva era il fallo di mani. Maradona non aveva ancora sdoganato questo singolare modo di giocare al calcio e toccare la palla con le mani era ancora una vergogna indicibile. Non sapevi giocare, se facevi mani: punto e basta.
Bisogna osservare, inoltre, che tutto questo succedeva quando le temperature erano piuttosto elevate, ma noi non avevamo mai caldo e non avevamo mai freddo. Per noi era sempre tiepido e andava bene.
I nostri genitori boccheggiavano col ventilatore puntato addosso e noi giocavano con quaranta all’ombra. Se adesso mi si guasta il condizionatore posso anche tenere in seria considerazione il suicidio.
La partita prosegue, quindi, e si arriva anche a punteggi come quindici a tredici.
Qualcuno potrà chiedersi, a questo punto, quanto durava una partita.
Questo è il punto.
La partita non aveva una durata prestabilita, e non era divisa in tempi di gioco.
Si giocava ad oltranza fino a che, come muezzin dai minareti, si udivano i richiami delle mamme che si affacciavano alle finestre e chiamavano a gran voce i figli.
Il patto, con le nostre mamme, era che noi dovessimo sempre restare a portata di voce.
Non era necessario che ci vedessero.
L’importante era che noi potessimo sentire le loro voci.
Quello era il nostro telefono cellulare nei tempi in cui non c’era neppure il telefono in tutte le case.
I richiami venivano fatti con determinati criteri, primo dei quali era che le mamme non accavallassero le loro voci nel chiamarci ma che potessero gridare a turno.
Le voci delle mamme erano preferite a quelle dei babbi perché, essendo più acute, avevano un portata maggiore. I babbi facevano chiasso da vicino ma da lontano non li sentivi.
Loro non ammettevano questa differenza e quindi noi non potevamo dire che non li avevamo sentiti; per questo preferivamo le voci delle mamme: le sentivamo meglio e di conseguenza potevamo allontanarci di più.
I richiami avevano caratteristiche ritmiche e melodiche ben precise, ma al fine di evitare di entrare in particolari troppo tecnici ci si può limitare a dire che i nomi venivano “gridati” sempre nello stesso modo se avevano uguale numero di sillabe e accento nella medesima sillaba.
Per questo la mamma di Andrea chiamava il figlio intonando e ritmando il nome esattamente come faceva la mamma di Alberto nel chiamare, appunto, Alberto.
Andrea e Alberto hanno entrambi tre sillabe e l’accento sulla seconda.
Stesso discorso per i nomi di due sillabe (Aldo, Tore, Tony) e per altre figurazioni.
Quando le mamme muezzin chiamavano, le partite si interrompevano senza neppure un minuto di recupero. Il risultato era acquisito e si chiudeva così.
Il proprietario del pallone si prendeva ciò che era suo e ci si avviava verso casa.
Ciao, ci vediamo domani.
Ci sei?
Forse andiamo al mare.
Vabbè, se ci sei scendi.
Domani sarebbe stato un altro giorno e ci sarebbe venuta qualche altra idea, ma questa è un’altra storia.
Ho sempre avuto un desiderio dentro di me ed è quello di vedere riunite in un unica voce tutte le realtà teatrali e di cultura della Sardegna: dalla musica al teatro dalla danza agli spettacoli d’animazione e di burattini. Un sogno che in parte ieri mattina si è avverato.
C’erano personaggi ormai storici per il teatro sardo come Mario Faticoni o Gianluca Medas, rappresentanti di Is Mascarreddas di Fueddu e Gestu, della Fabbrica Illuminata e ancora tantissimi altri rappresentanti uniti in un’ unica voce per protestare contro i tagli finanziari,( che rischiano di far chiudere molte di esse), davanti agli uffici della Regione in viale Trieste, per poter trovare un punto d’incontro con l’assessore Sergio Milia. C’eravamo anche noi, del Teatro Lirico a sostegno e solidarietà.
Grande delusione per l’accoglienza , da parte degli impiegati regionali che, vedendo tanti artisti salire ai piani alti si sono spaventati, non so bene perchè, invitando con arroganza a lasciare immediatamente i corridoi con la scusa che si impediva il passaggio. Sembrava quasi che facessimo paura nonostante ci fosse silenzio e ordine.Eppure molte di queste persone, in tante occasioni sono venute a teatro ad applaudirci!
Vabbè, l’Italia non cambia soprattutto per coloro che, appena acquisiscono un po’ di potere, siano essi dirigenti o uscieri, si sentono padroni del mondo e usano il loro “potere” per sentirsi realizzati.
Oggi 16 gennaio, c’è stata a Bari, nel foyer del Teatro Petruzzelli, la conferenza stampa di presentazione dell’opera di inaugurazione della stagione “Carmen” diretta da Lorin Mazel e per la regia di William Kerley.
Innanzitutto il teatro nella persona del Sovrintendente e del direttore artistico si sono assicurati che tutti gli artisti del cast fossero presenti e per ognuno di loro c’era la poltrona riservata in prima fila e sono stati tutti presentati ad uno ad uno con nome e cognome, e questo non è usuale nei teatri italiani. Prima ancora di presentare il cast, il sovrintendente Vaccari ha ringraziato tutte le maestranze che hanno contribuito all’allestimento: dai tecnici al personale artistico, dai collaboratori degli uffici alle maschere, al personale di biglietteria, all’ufficio stampa. Anche questo non è usuale nei teatri italiani. Ma quello che intendo far notare qui è il fatto che ad aprire la conferenza stampa sia stato il sindaco della città, Michele Emiliano, che ha dimostrato di seguire in prima persona, grazie anche ai suoi collaboratori, la vita e le scelte del teatro della sua città. In un apprezzabile “duetto” con il maestro Mazel, Emiliano ha sottolineato come il Petruzzelli e la sua attività di produzione sia al centro della politica culturale della città e che la Fondazione rappresenti una delle pietre miliari che segnano il cammino dell’intervento amministrativo della sua giunta. Hanno parlato di come l’arte, dove non hanno senso gli stupidi confini degli stati, sia di per sé universale, per tutte le classi sociali e per tutte le età e che sia l’unico modo per incentivare il dialogo e per arricchire lo spirito degli uomini, dei cittadini. Sarò ancora più chiaro: la rinascita del Petruzzelli, giustemente manifestata in quest’occasione, è stata resa possibile grazie soprattutto al fatto che tutta la città ha preso in carico il teatro. Grazie al fatto che il sindaco e la sua giunta, con atto coraggioso, hanno chiamato a ricoprire ruoli di governance della Fondazione i cittadini della città che da anni avevano maturato una grande professionalità nei loro settori. Si è richiamato in città Giandomenico Vaccari, barese, che era da tempo impegnato nei più importanti teatri delle Fondazioni lirico sinfoniche italiane per affidargli il ruolo di Sovrintendente; si è affidata la consulenza artistica a Luigi Fuiano, violinista, ex sindacalista di esperienza e oggi anche presidente della commissione consiliare Cultura del Comune. Così si è fatto nei reparti degli allestimenti scenici, nell’ufficio stampa, nella segreteria, nella produzione e si affidano le coreografie all’esperto Domenico Iannone, forte di più di trenta anni di esperienza nei teatri di tutta Europa e uno dei più apprezzati preparatori di giovani talenti della danza. Insomma, la città ha deciso di prendere in carico la responsabilità di rifondare il Petruzzelli chiamando alla responsabilità tutte le professionalità che la città aveva saputo esprimere negli anni. Coraggiosamente il sindaco, come presidente della Fondazione, e tutto il CDA hanno deciso di non farsi dettare modalità e nomi da forze esterne, da quegli uffici centrali lontani dalla realtà cittadina che da sempre usano affidare i nostri teatri a manager che ormai spesso si dimostrano inadeguati. A Bari si è dimostrato che un teatro gestito da chi ha a cuore la fabbrica di cultura e la città sulla quale insiste, raggiunge obiettivi importanti, come quello della produzione di questa Carmen. Tre titoli della stagione del Petruzzelli (due oltre a questa Carmen) saranno coprodotti con il festival di Castleton, il festival che il maestro Mazel ha creato nella sua tenuta in Virginia negli Stati Uniti per aiutare i giovani talenti. Ulteriore risultato di questa gestione responsabile sarà che tutta l’orchestra del Petruzzelli sarà quest’anno l’orchestra del festival di Castleton da giugno a luglio prossimo. Coproduzioni, collaborazioni, scambi, gestioni oculate, attenzione per la città. Ecco quello che ho visto qui a Bari. Non so se capite appieno il motivo per il quale vi ho raccontato tutto questo.
Tutto era pronto per il calcio d’inizio.
Si gioca a portieri attaccanti: significa che, vista la penuria di giocatori, non ci si può permettere di avere un portiere che poltrisca sulla linea di porta e perciò questi è tenuto a coprire un doppio incarico: portiere e, alla bisogna, attaccante.
Centrocampisti e difensori sono ruoli ricoperti d’ufficio: in realtà l’altisonante titolo di attaccante spetta al giocatore che in quel momento è in possesso del pallone; gli altri sono solo di supporto al compagno attaccante, perciò centrocampisti, mentre gli avversari dell’attaccante sono naturalmente difensori.
I giocatori delle due squadre si potevano riconoscere da qualsiasi cosa che non fosse la maglia o i calzoncini, dato che ognuno era abbigliato come gli pareva.
Quasi tutti eravamo straccioni in maniera che si confacesse alla tenzone, e questo era un fatto normale: il nostro abituale abbigliamento era sempre adeguato al quotidiano ruolo di abitanti della strada.
Qualche genitore, a volte, tentava di abbigliare i propri figli con abiti che non gli dessero l’aspetto di vagabondi straccioni, ma qualsiasi cosa ci mettessero indosso nel giro di poche ore veniva omologata e resa idonea allo svolgimento delle nostre attività.
Tutti i nostri indumenti, benché colorati nella maniera vivace di quegli anni ’70, si uniformavano rapidamente ad un colore molto simile a quello dei mucchietti di terra che giacevano lungo le cordonate dei marciapiedi. Qua e là, poi, erano ravvivati da macchie di vernici usate per qualche lavoro di alto artigianato, e in genere i colori erano un bel rosso aragosta o uno sgargiante verde bandiera con spruzzate di giallo limone.
Le scarpe andavano dai sandali con gli occhi alle scarpe da ginnastica fino ai mocassini vecchi e ormai utilizzabili solo in battaglia.
Benché qualche mamma tentasse di infilare degli assurdi sandaletti ai propri pargoli, questi tentativi si rivelavano vani: per i maschi era fatto divieto assoluto di indossare calzature che lasciassero scoperto qualche dito dei piedi, e il divieto era imposto da noi stessi che ci sentivamo limitati da simili scomode calzature.
Non si era mai visto un calciatore entrare in campo con quei ridicoli sandali a croce, così come non si era mai visto un cow boy in ciabatte infradito. Avrebbe perso la possibilità di far fuori con un sano colpo di pistola il suo rivale che sarebbe morto da solo per le risate nel vedere i piedi all’aria del ridicolo pistolero.
Solo Tony era un po’ più ben vestito degli altri e per questo era leggermente svantaggiato.
Tony aveva un fisico più minuto e gracile, e indossare indumenti che non erano collaudati ed omologati per questi scontri lo metteva ancor più in posizione sfavorevole.
Combattere o giocare a pallone con la paura di rovinare gli abiti o semplicemente cercando di sporcarsi il meno possibile era un’impresa davvero ardua.
Per fortuna i bambini di oggi non hanno questi problemi.
Hanno costosa attrezzatura sportiva acquistata per frequentare la scuola calcio o il corso di basket se non quello sport tipicamente italico che è il football americano.
Le loro mamme sanno che presto diventeranno dei campioni che si differenzieranno da quei brocchi che sono i figli degli altri, sanno che i loro pargoli diventeranno milionari e loro non avranno più problemi economici, conosceranno veline e forse le sposeranno, così entreranno anche nel mondo della televisione.
I figli vengono spediti a spintoni a praticare attività sportive che non siano quelle appartenenti alla categorie degli sport poveri.
Il povero disgraziato che osa dire che vorrebbe fare tiro con l’arco o tennis da tavolo viene guardato con sospetto dalla mamma dal labbro imbotulinato che subito corre ai ripari distogliendolo da tali stupidaggini.
Ma il più delle volte, questi bambini ingrati non vogliono fare nessuno sport.
Non è necessario, visto che ne fanno già tanto con la X-Box, e poi a quell’ora ci sono cartoni su Sky.
Andiamo prima, bofonchia la mamma attraverso i wurstel che ha al posto delle labbra, ma prima non si può perché i cartoni sono a tutte le ore, ventiquattro ore su ventiquattro.
Qualcuno si accorge che vengono replicati e si rassegna ad andare a prendere a calci una palla usando i piedi invece di un più comodo controller.
Queste mamme stanno investendo sui figli, mentre le nostre mamme speravano che i figli non venissero investiti.
Così noi, senza borsone e senza futuro preconfezionato, ci apprestavamo a giocare la nostra partita.
Da una parte Giovanni, Tore, Tony e Aldo e dall’altra Alberto, Andrea e Mario.
Tore da il calcio d’inizio, passa a Aldo, ma Aldo pasticcia con i piedi e la palla finisce nelle grinfie di Andrea.
Tony aveva chiesto palla, ma nessuno lo considera: chiedere palla era un diritto che potevi arrogarti solo se eri un capitano, cioè uno di quelli che aveva fatto le squadre.
Andrea corre verso la porta avversaria. La palla non si passa a nessuno nemmeno a spararti.
Non stiamo giocando a passaggi.
Tutti corrono dietro a chi è in possesso del pallone: gli avversari per cercare di rubarglielo e i compagni nella speranza che lo perda e finisca nei loro piedi, magari davanti alla porta.
Io, quel giorno, non avevo molta voglia di correre e stazionavo vicino alla porta che difendevo.
Se mi fosse venuta voglia di correre mi sarei mosso per svolgere il mio secondo lavoro di attaccante. La mia strategia, per il momento, era di stare in porta. Non si sa mai.
Andrea è ormai quasi davanti alla porta. Giovanni, portiere, esce e si schianta letteralmente su Andrea che cade malamente.
Andrea vorrebbe piangere, perché si è fatto male, ma tutti sapevamo che se non volevamo essere considerati delle femminucce avremmo dovuto trattenere le lacrime anche in caso di gravi infortuni.
Qualsiasi grado di infortunio si subisse, la procedura che seguiva la vittima era sempre la stessa:
ci si buttava in terra di spalle, si prendeva tra le braccia la gamba offesa e la si portava verso il petto, oscillando nel contempo ora verso un fianco ora verso l’altro.
L’immagine che si voleva rendere, a beneficio della moviola di Carlo Sassi alla Domenica Sportiva condotta da Alfredo Pigna, era quella del giocatore di serie A steso a terra da un brutto fallo, ma principalmente l’iconografia ufficiale era quella di Gigi Riva assassinato dall’austriaco inimico.
Metti punizione, gridiamo noi, anzi metti rigore perché è in area.
Effettivamente l’area era stata tracciata e il fallo era dentro, secondo noi.
Giovanni si ribella alla decisione degli arbitri e pesta i piedi, gli arbitri della sua parte dicono che il fallo era fuori.
Si litiga già dal primo minuto di gioco, poi Giovanni dice che va bene: metti rigore che tanto te lo paro. Senza questo atto di puro eroismo forse saremmo ancora lì a fare ognuno la sua moviola.
Il ginocchio di Andrea perde un pezzo della crosta che aveva già da qualche giorno. Non sanguina, per ora.
Mi avvicino anche io per il calcio rigore, che deve essere battuto da chi ha subito il fallo.
Palla su una specie di dischetto. Rincorsa. Parte il tiro. Giovanni intuisce, ma non arriva a prendere il pallone. Esultiamo per il gol facendo quello strano verso quasi sottovoce ad imitazione della folla dello stadio Lenin di Mosca. Gridiamo sottovoce dicendo “go”. La elle finale si perde nel boato della folla.
Ma è solo palo, dicono loro, non c’è nessun gol per cui esultare. Come sarebbe, palo?
Questo era uno dei momenti più difficili delle nostre partite. La rissa poteva scoppiare all’improvviso, in questi frangenti.
Il problema è che dei pali erano segnati solo i punti in cui ci sarebbero dovuti essere i pali veri e propri. Erano segnati con dei mucchietti di pietre o con una pietra grande per parte, perciò lo sviluppo verticale del palo era lasciato all’immaginazione dei giocatori. Essendo ognuno di noi dotato di immaginazione del tutto personale e spesso non rispondente ai dettami della decubertiniana sportività, non si riusciva quasi mai a stabilire con una certa serenità se il pallone avrebbe potuto colpire l’immaginario montante, o se sarebbe andato fuori oppure in porta.
Tutti guardavamo attentamente, ma ognuno tirava acqua al suo mulino e non c’era mai un responso dato con sincerità. La posta in gioco era troppo alta.
Quando era troppo sporca, i sostenitori del “palo” discutevano un po’ ma poi si rassegnavano ad ammettere che era rete. Questa volta, però, non era così chiaro e si stabilì che era palo e basta. Giovanni esultò e Andrea, con una leggera increspatura delle labbra quasi come se volesse piangere, disse che il ginocchio gli faceva male.
Palo era come fuori perché non c’era il rimbalzo, quindi palla a loro.
Tore va in attacco, Giovanni passa a Tony che deve lanciare subito a Tore. Ma Tony è mingherlino e Andrea gli si butta subito addosso. Il dolore è passato.
Tony cerca di scartare.
Io decido che è meglio andare a dare una mano, visto che giochiamo in tre. Continua…
E’ passato solo un anno e mezzo da quando anche io godevo della magnifica vacanza su una nave da crociera Costa. Era la Pacifica detta anche la Nave della musica. La musica era in ogni angolo dove si poteva scegliere anche la tipologia: la classica o la leggera, il piano bar o il jazz. Una meraviglia!
Ma la preoccupazione che potesse succedere qualche cosa era sempre in agguato. C’era chi lo pensava e chi, per sorridere si metteva in posizione come i due attori nel film Titanic. E sono certa che questo sarà avvenuto anche fra coloro che, chissà con quanti sacrifici, hanno raggiunto il traguardo i poter passare qualche giorno spensierato su quella nave maledetta che ieri ha concluso il suo giro tragicamente.
Lo stesso identico giro che anche io, con la mia famiglia, abbiamo percorso e fotografato . Non mi ricordavo di aver visto quell’isola. Infatti si dice che sia stata una decisione fuori programma quella di voler far godere a “qualcuno” quel panorama diverso. Così dicono i testimoni miei concittadini.
Poco fa si è saputo che ancora qualche passeggero si trova all’interno della nave. Pare abbiano sentito dei lamenti. Se non avessi visto con i miei occhi quanto sia difficile orientarsi all’interno di quelle navi, non crederei alle difficoltà di soccorso. Una miriade di cabine, corridoi e gallerie che anche per i più esperti, in questo momento si stanno rivelando peggio di una prigione senza uscita.
Certo che viene da fare una considerazione: sono passati più di 100 anni da quel giorno in cui il Titanic affondava dopo essersi incagliato ed oggi, nonostante l’altissima tecnologia , non si è stati in grado di evitare lo stesso dramma.
Sono sentitamente vicina ai parenti delle vittime e alle tante famiglie che , miracolosamente ne sono uscite indenni ma che porteranno dentro di loro l’incubo e l’angoscia di una vacanza maledetta.
LA MUSICA: IL POTERE DEI SENTIMENTI UNISCE IL POPOLO
Le informazioni sul potere della musica ci giungono da lontano. Oggi, in un mondo di separatismo razziale e sociale, la musica resta l’ultimo baluardo della comunicazione sociale. Unisce le persone in una lingua universalmente riconosciuta; scatena sentimenti, apre nuovi orizzonti della mente, ci permette di sentirci tutti uguali, uniti in un’unica armonia che influenza le nostre anime socialmente e politicamente. Queste radici inspiegabili si perdono nei tempi. Le testimonianze giungono a noi sotto forma di storia, mitologia, fantasie popolari. Un esempio di questo potere invisibile arriva a noi dagli antichi greci.
Nell’antica Grecia la musica era molto importante sia nella vita sociale sia in quella religiosa. Per i Greci la musica era un’arte che comprendeva, oltre alla musica stessa, anche la poesia, la danza, la medicina e le pratiche magiche.
La parola mousikè, con la quale i Greci indicavano la musica, significava proprio l’insieme di tutte queste arti.
L’importanza della musica nel mondo greco è testimoniata da numerosi miti che la riguardano. Uno è quello di Orfeo, l’inventore della musica, che riuscì a convincere gli dei dell’Ade a restituire alla luce la sua sposa Euridice.
Questo mito ci insegna che, per i Greci, la musica era l’arte che sa toccare i sentimenti di chi l’ascolta portando sollievo e serenità.
Il nostro mondo è devastato dalle guerre, iniziando dalle guerre famigliari (divorzi, lotte per affidamento dei figli, litigi di sangue per eredità) fino ad arrivare alle “missioni di pace” ( genocidi autorizzati in nome della pace). Tutto questo è un grande progetto volto a separare le persone, a distruggere i piccoli centri di potere. Un coppia è un piccolo centro di potere, in due si sopravvive meglio…ci si consola e si superano grandi o piccole difficoltà. Il divorzio, sponsorizzato dalla pubblicità, dai films, dalle tante chat create per cercare un amante, è un esempio di distruzione di un centro di potere. Ai potenti fa più comodo avere single che coppie, si governano meglio.
Ora, pare un discorso da pazzi, ma se analizzate con me l’argomento vi renderete conto che non è così strano o pazzo. Immaginate di vedere un film d’amore, nella scena più forte, dove si raggiunge il climax, provate a togliere l’audio, la musica…vi accorgerete che l’impatto diminuisce in maniera esponenziale. I teatri Italiani e di tutto il mondo, ci permettono di sentire la colonna sonora della nostra vita. Si, perchè quando noi siamo seduti in quella poltrona e stiamo guardando/ascoltando un’orchestra, la musica arriva al nostro cuore dando una musica ai nostri sentimenti, alle nostre piccole storie di vita. Eliminare la musica dalla vita dei cittadini aiuterà i potenti a governarci ancora meglio (per loro), ci toglierà i sogni e le emozioni rendendoci del tutto schiavi. Io non so se questo mio pensiero sia frutto della mia follia di artista, non so nemmeno se la casta politica possa arrivare a ragionare come me, ma so che se chiuderanno i teatri-e continuando di questo passo è una cronaca annunciata-non ci/vi resteranno più sogni. Ormaii schiavi del tubo catodico, appassionati di fiction, di veline mezzo nude, di pettorali lucidi su un’isola privilegiata, di talk show con argomento “il nulla”, di programmi che analizzano i peli del pube dell’ultima vittima….
Signori e Signore, benvenuti nell’era della distrazione. Non permettete ai signori della casta politica di distruggere il bene più grande del nostro paese: L’ARTE
Guardai l’orologio.
Mancava poco.
Ancora un quarto d’ora e sarei stato in campo per la partita.
Mancava un quarto alle cinque del pomeriggio, infatti, e i miei non mi permettevano di uscire a giocare prima di quell’ora.
Prima si disturbava il vicinato, e questa era una regola tacita che tutti rispettavano.
Quelle ore pomeridiane erano sacre.
Erano le ore delle cavallette, diceva il padre di un mio amico, per dire che in strada c’erano solo quegli insetti ortotteri in quelle che, soprattutto in estate, erano le ore più calde della giornata.
Le scuole erano chiuse da qualche giorno, e così ormai non c’era da preoccuparsi d’altro che di giocare.
L’inverno era passato giocando spesso in casa, si usciva per strada ma molto meno, sia per il tempo che per il fatto che faceva buio presto.
Ma una volta che le giornate si allungavano e che scattava l’ora legale, nulla poteva più tenerci fra le mura domestiche.
La mattinata l’avevamo trascorsa contro una banda di indiani pellerossa che avevano attaccato il nostro fortino.
La difesa era stata dura, ma alla fine l’avevamo spuntata anche se c’era stata una perdita: facciamo che tu eri morto, avevamo concordato rivolgendoci al più piccolo del gruppo, e in questo modo eravamo riusciti a dare un tocco di realismo in più.
Almeno un morto, fra noi, ci doveva scappare.
Riuscimmo a sconfiggere gli indiani appena in tempo, perchè ormai era ora di pranzo e il padre di Giovanni doveva chiudere il cortile dove aveva ammassato il materiale edile che vendeva nel suo negozio, e fra questo c’era la catasta di legname ben tagliato e squadrato che noi usavamo come fortino.
La chiusura del negozio segnava la fine di ogni ostilità e segnalava anche che nelle nostre case il pranzo ormai era pronto.
Ci vediamo stasera, morto compreso.
A casa, prima di tutto, ci avrebbero costretti a lavarci mani e ginocchia, ma per noi era un’operazione del tutto superflua visto che da lì a poco sarebbero state di nuovo nelle stesse condizioni.
Una volta terminato il pranzo, restava da far trascorrere in qualche modo le ore che ci separavano dalle fatidiche cinque del pomeriggio per riprendere le attività bruscamente interrotte.
I nostri genitori ci avrebbe messo volentieri a dormire, non fosse altro che per lasciar riposare loro, ma la loro era una missione impossibile: non dormivamo neppure col sonnifero, e allora ci si dedicava a ripassare vecchi fumetti che conoscevamo benissimo a memoria o a qualche altra attività.
L’importante era non fare nessun tipo di rumore, cosa che ci riusciva con non poche difficoltà quando non ci riusciva proprio per niente.
La televisione era praticamente inesistente, per noi, anche perchè quel poco di trasmissioni che potevano interessarci iniziavano quando ormai eravamo nuovamente fuori di casa.
D’inverno riuscivamo a vedere qualcosa, ma non avevamo una gran passione per quella scatola luminosa: in genere avevamo da fare cose molto più interessanti.
Così anche quel pomeriggio arrivò l’ora in cui i nostri guinzagli venivano nuovamente sganciati, e finalmente ci ritrovammo giù in strada.
Arrivò Tore, con Aldo, poi sbucarono Andrea e Tony e anche Mario arrivò frenando a striscio con la sua bicicletta Legnano.
Giovanni non si vedeva ancora, ma sarebbe stato meglio che non avesse tardato perchè era necessario gonfiare un po’ il pallone col compressore che il padre usava nell’officina; altrimenti avremmo dovuto scegliere se giocare col pallone sgonfio o andare a gonfiarlo nell’officina di signor Fornasier.
Alla fine arrivò anche Giovanni e il pallone riprese vita, anche se dell’originale forma sferica gli restava ormai ben poco.
Il pallone era mio, ma questo non faceva di me il dominus del gioco.
Tutto era improntato alla filosofia più comunista di quella dei comunisti.
Tutto era nostro.
Il concetto di “mio” poteva venir fuori solo in seguito a qualche litigio, ma durava poco.
Ognuno di noi non sapeva che farsene di oggetti fabbricati per giocare in tanti se poi rimaneva da solo.
Questa volta c’eravamo tutti, rigorosamente in numero dispari in modo che non dovessimo avere nessuna difficoltà nel fare le squadre.
C’erano diverse possibilità di gioco.
Spesso, se eravamo in numero dispari, si giocava a chi segna entra o a chi non segna entra, dove con “chi” si indica colui che giocherà in porta fino a che non subirà una rete o, secondo la formula scelta, fino a che non parerà un tiro diretto in porta.
In quei casi, il portiere verrà sostituito da chi ha segnato o da chi si è visto parare il tiro.
In questo modo non c’era una vera e propria partita, ma solo un susseguirsi di azioni, cross, calci d’angolo tirati da angoli immaginari e il tiro era tacitamente permesso a chi si trovava in posizione favorevole.
La “partita” si giocava senza che alla fine si decretassero vincitori o vinti.
Questo modo di giocare si chiamava anche “a passaggi”, che a volte si trasformava nel tipo detto “a rigori”.
In questo caso il meccanismo per i portieri era lo stesso di chi segna, o chi non segna, entra, ma invece di azioni o cross ci si avvicendava a turno a tirare dei calci di rigore.
Capitava a volte che, per impegni delle rispettive famiglie o perchè alcuni di noi erano puniti per dei misteriosi motivi che solo i genitori sapevano, in strada alle cinque ci si ritrovasse solo in due, ma questo non costituiva un vero e proprio problema: si andava a giocare in via Bacu Abis, sotto casa di Andrea e Giovanni, e si facevano due porte: una era costituita dal cancello del cortile di Giovanni (il cortile col fortino) e l’altra in qualche modo si “tracciava” dalla parte opposta, ad una decina di metri di distanza, nella facciata della casa di Andrea.
Il “campo” che veniva a così a formarsi fra le due porte era disposto in senso ortogonale alla carreggiata stradale, e sarebbe stato perfetto se di tanto in tanto qualche auto non avesse fatto una momentanea invasione di campo.
Ma nulla poteva interrompere quelle gare che si svolgevano semplicemente tirando dei calci da fermo e cercando di segnare ognuno nella porta dell’altro.
Era tacitamente accettato che si tirasse raso terra perchè le finestre della casa di Andrea erano sottoposte a gravi rischi.
Non avevamo erba, in quei campi estemporanei, e non potevamo noleggiare sintetici campetti da calcetto perchè il calcetto non esisteva: il calcetto era quello che facevamo noi in strada, che poteva essere uno contro uno, cinque contro cinque o venti contro venti.
Non c’era erba e non c’era nulla che si frapponesse fra le nostre ginocchia e la ghiaia, o il cemento, l’asfalto o la terra mista a sassi che erano le superfici solite in cui si giocavano le nostre partite. Così, nel giro di poche ore, si formavano sulle ginocchia quelle naturali ginocchiere di sangue raggrumato, dette croste, che invece di proteggere da ulteriori traumi avevano la pessima caratteristica di staccarsi e riprendere a sanguinare.
Stessa sorte, spesso, toccava ai gomiti.
La partita che ci apprestavamo a giocare, questa volta, era una partita “regolare”, una partita vera perchè poteva giocarsi fra due squadre, una di quattro giocatori e una di tre.
Il più piccolo, o quello universalmente riconosciuto come il più scarso, avrebbe fatto parte della squadra di quattro che, tanto, con lui non avrebbe usufruito di un vero e proprio uomo in più.
I due più “anziani”, o i più forti, erano teste di serie e quindi non dovevano far parte della stessa squadra: loro sarebbero stati i capitani delle due squadre e avrebbero scelto uno ad uno, alternandosi, i giocatori della propria squadra.
Questo era il modo più democratico e più equilibrato di fare le squadre. La nostra era una società perfetta.
Fatte le squadre, o a volte prima di farle, si stabiliva quale tipo di partita regolare avremmo giocato: c’erano tre modalità di gioco.
La prima era normale, con un portiere per parte e il resto diviso fra attaccanti e difensori; questa modalità prevedeva un numero di partecipanti piuttosto consistente, con almeno cinque giocatori per parte.
La seconda era “a portieri attaccanti”, che era uguale alla prima ma con i portieri che potevano andare anche in attacco.
I gol in contropiede fioccavano a decine.
Si giocava in questo modo se si era in pochi.
La terza era “a porte vuote”, cioè senza portieri e con porte di dimensioni ridotte.
Il campo, quasi sempre, era esattamente in mezzo alla strada, che poteva essere via Bacu Abis o via Caput Acquas, disposto in senso longitudinale alla carreggiata.
Questa stupenda possibilità ci si presentò quando il comune di Carbonia decise di asfaltare tutte le strade, comprese queste traverse di via Cagliari che fino ad allora erano una pietraia in cui giocare era possibile a patto che si mettesse in conto una serie innumerevole di infortuni e soprattutto dei rimbalzi del pallone totalmente imprevedibili da farti diventare un brasiliano o farti diventare scemo.
Con l’asfalto, il comune ci regalò praticamente un vero campo di calcio, che potevamo anche tracciare con del gesso o con delle pietre che “scrivevano” in bianco.
Le porte venivano delimitate lateralmente da mucchietti di sassi che sostituivano i pali, mentre in altezza si andava a occhio.
Questo fatto poteva causare discussioni interminabili che non si sarebbero risolte neppure con la moviola in campo, ma è un altro discorso.
Sia il campo di via Bacu Abis che quello di via Caput Acquas erano “in lieve pendenza” verso via Cagliari, ma a condizione di non farsi mettere sotto dalle auto che transitavano in via Cagliari si poteva anche accettare questo lieve inconveniente e inseguire, correndo coi talloni nel sedere, i palloni che fuggivano rotolando verso la suddetta via.
D’altronde neppure i campi di serie A dovevano essere perfettamente “in bolla”…
Le auto transitavano anche in mezzo al nostro campo, ed erano una vera rottura di scatole.
Non ne passavano tante, ma quando passavano esisteva una regoletta di cui parleremo meglio in seguito: si chiamava “fermagioco” e si applicava ad una casistica piuttosto varia e ampia.
Stabilito il campo, le squadre e la durata, che non aveva proprio nulla di stabilito, tutto era pronto per il calcio d’inizio. L’arbitro si chiamava “buonsenso”, e spesso arbitrava male.
Tutto pronto, quindi, ma la cronaca della partita ve la racconto un’altra volta.
Ci sarà anche il tenore cagliaritano Gianluca Floris nel cast della “Carmen” di Bizet che sarà diretta dal grande direttore d’orchestra Lorin Maazel , per l’apertura della Stagione lirica della Fondazione Petruzzelli di Bari.
“Porterò con me il Petruzzelli al festival di Castleton in America”
L’annuncio di Lorin Maazel, a Bari per le prove della “Carmen”. “Nel 2012 l’orchestra sinfonica della Fondazione negli Usa” (leggi articolo) da La Repubblica
La prima rappresentazione si terrà venerdì 20 gennaio alle 20.30 (Evento Speciale Fuori Abbonamento) in una nuova coproduzione con il Festival di Castleton (Virginia)
La regia sarà di William Kerley, le scene ed i costumi Tom Rogers, il disegno luci David Howe. Maestro del Coro della Fondazione Petruzzelli Franco Sebastiani, maestro del Coro di voci bianche Juvenes Cantores Luigi Leo.
Coreografie a cura di Domenico Iannone. Assistente regista Amanda Consol, assistente costumista Simon Bejer.
Nel ruolo di Carmen canterà Ekaterina Metlova, Don José sarà interpretato da Richard Troxell, Micaëla da Sasha Djihanian, Escamillo da Corey Crider, Zuniga da Gianluca Breda.
Frasquita sarà interpretata da Laura Macrì (20, 22, 25 gennaio) e da Marta Calcaterra (28, 30 gennaio), Antonella Colaianni sarà Mercedes, Gianluca Floris sarà Il Remendado, Alessandro Battiato sarà Il Dancairo, Michael Anthony Mcgee sarà Moralès, Olga Podgornaya sarà La venditrice di Arance, Aldo Orlando sarà Uno Zingaro.
In replica domenica 22 gennaio (Turno A) alle 20.30, mercoledì 25 gennaio (Turno B) alle 20.30, sabato 28 gennaio (Turno C) alle 18.00, lunedì 30 gennaio (Fuori Abbonamento) alle 20.30.
Ieri, noi tutti lavoratori del Teatro lirico di cagliari, attendevamo con ansia i risultati che sarebbero scaturiti dal Consiglio di Amministrazione. Risultati che dovevano essere decisivi per le sorti del nostro Teatro lirico. Invece? Al nostro arrivo sul posto di lavoro scopriamo che il CDA non si è potuto tenere perchè non era presente il numero legale.
Ma come è possibile che questi amministratori, sapendo quanto fosse importante questo incontro non si siano presentati? Ma non dovrebbero essere lì per sostenere e trovare le soluzioni ai gravi problemi che persistono da tempo? Viene da pensare che in essi vi sia un totale disinteressamento e ancor più il desiderio di andare contro e non a favore dei lavoratori. Ancora si lotta per salvare il teatro e i posti di lavoro e i Consiglieri non si presentano alle riunioni importanti.
Ma non è assurdo? Perchè tutto questo?
Il pubblico si sta stancando dei nostri scioperi, ma ebbene che sappia che i grossi problemi non siamo noi lavoratori desiderosi di riprendere un attività regolare, ma i nostri dirigenti.
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